Una danza nel fuoco

Capitolo 6

 

di

Waughin Jarth

 

 

Decumus Scotti era seduto ad ascoltare Liodes Jurus. Il funzionario stentava a credere quanto fosse divenuto grasso il suo vecchio collega presso la Commissione Edilizia Atrius. L'aroma speziato del piatto di carne arrostita davanti a Scotti si diffondeva nell'aria. Ogni altro suono, perfino le stesse strutture del Consiglio di Prithala, scomparirono dai paraggi come se non esistesse altro che l'imponente sagoma di Jurus. Scotti non si riteneva un uomo facilmente emozionabile, ma gli parve come se un flusso di marea lo sommergesse, alla vista e al suono della voce dell'uomo le cui missive scritte malamente erano state i segnali che lo avevano richiamato dalla Città Imperiale, all'inizio della Gelata.

 

"Dove siete stato?", Jurus chiese nuovamente. "Vi avevo detto di incontrarmi presso Falinesti settimane fa".

 

"E infatti ero là settimane fa", Scotti balbettò troppo sorpreso per essere indignato. "Poi ho ricevuto il vostro messaggio per incontrarvi ad Athay, e così mi recai laggiù, ma i khajiiti l'avevano bruciata sino alle fondamenta. In qualche modo, trovai la via insieme ai fuggitivi verso un altro villaggio, e qualcuno là mi disse che vi avevano ucciso".

 

"E ci avete subito creduto?", Jurus sogghignò.

 

"Quel tipo sembrava molto ben informato sul vostro conto. Era un funzionario della Commissione Edilizia Vanech, si chiamava Reglius, e disse che avevate anche suggerito di scendere a Valenwood per trarre profitto dalla guerra".

 

"Oh, sì", disse Jurus, dopo un attimo di riflessione. "Rammento quel nome adesso. Bene, è utile per gli affari avere qui due rappresentanti delle commissioni edilizie imperiali. Dobbiamo soltanto coordinare tutte le nostre offerte e tutto dovrebbe andare per il meglio".

 

"Reglius è morto", disse Scotti. "Ma io ho i suoi contratti dalla Commissione Edilizia Vanech".

 

"Perfino meglio", disse Jurus impressionato. "Non avrei mai immaginato che foste un tale spietato concorrente, Decumus Scotti. Sì, questo potrebbe certamente migliorare la nostra posizione con il Silvenar. Vi ho già presentato Basth?".

 

Scotti era stato solo vagamente consapevole della presenza del bosmer al tavolo con Jurus, cosa sorprendente data la sua corpulenza quasi equivalente a quella del suo commensale. Il funzionario annuì freddamente con la testa verso Basth, ancora stordito e confuso. La sua mente non aveva ancora abbandonato l'idea che, soltanto qualche ora prima, Scotti aveva avuto intenzione di appellarsi al Silvenar per attraversare senza pericoli il confine e tornare a Cyrodiil. Il pensiero di trovarsi a concludere affari con Jurus dopo tutto, di trarre vantaggio dalla guerra di Valenwood con Elsweyr, e adesso anche dalla seconda con l'Isola di Summerset, gli sembrava qualcosa che stesse accadendo a qualcun altro.

 

"Il vostro collega e io stavamo parlando del Silvenar", disse Basth posando il cosciotto di montone che stava rosicchiando. "Non credo che abbiate sentito parlare della sua natura?".

 

"Un poco, ma niente di veramente preciso. Ho avuto l'impressione che sia molto importante e molto singolare".

 

"È il rappresentante del popolo, legalmente, fisicamente ed emotivamente", spiegò Jurus leggermente seccato che il suo nuovo socio non sapesse una cosa a tutti nota. "Se il popolo è in buona salute, lo è anche lui. Se è in prevalenza femmine, lo è anche lui. Quando piange per il cibo o per il commercio o per la mancanza di interferenze straniere, anche lui soffre, e crea nuove leggi di conseguenza. In un certo modo è un despota, ma è il despota del popolo".

 

"Questo sembra", disse Scotti cercando la parola appropriata, "insensato".

 

"Forse lo è", concluse Basth scrollando le spalle. "Ma ha molti diritti in quanto Voce del Popolo, incluso il diritto di concedere permessi per edificare all'estero e per stipulare accordi commerciali. Non importa che crediate a noi. Pensate semplicemente al Silvenar come a uno dei vostri imperatori pazzi, come Pelagius. Il problema che adesso ci ritroviamo ad affrontare è che da quando Valenwood è stata attaccata su tutti i fronti, l'umore del Silvenar è adesso di diffidenza e di timore verso gli stranieri. L'unica speranza del suo popolo, e di conseguenza dello stesso Silvenar, è che l'imperatore intervenga e ponga fine alla guerra".

 

"Lo farà?", chiese Scotti.

 

"Come noi, anche voi sapete che negli ultimi tempi l'imperatore non è stato più lui", Jurus prese da solo la cartella di Reglius e ne estrasse i contratti in bianco. "Chi può sapere cosa deciderà di fare o di non fare? Quella realtà non è affare nostro, ma questi benefici dal defunto generoso sir Reglius renderanno il nostro lavoro molto più semplice".

 

Discussero tutta la sera su come si sarebbero presentati al Silvenar. Scotti mangiò senza interruzione, ma non quanto Jurus e Basth. Quando il sole sfiorò le colline e la sua luce tinse di rosso le pareti di cristallo della locanda, Jurus e Basth si recarono nelle loro stanze a palazzo, a loro concesse diplomaticamente in luogo di una effettiva e immediata udienza con il Silvenar. Scotti entrò nella sua stanza. Pensò di restare alzato ancora per un po' a meditare sui progetti di Jurus e capire se avessero qualche difetto, ma sfiorando il fresco, soffice letto, cadde immediatamente addormentato.

 

Il pomeriggio successivo, Scotti si svegliò, sentendosi nuovamente se stesso. In altre parole, insicuro. Da molte settimane ormai, era stato un essere umano volto alla pura sopravvivenza. Era stato portato allo sfinimento, attaccato da bestie di varia natura nella giungla, aveva patito la fame, era quasi annegato ed era stato costretto a discutere di antiche opere poetiche aldmere. La discussione avuta con Jurus e Basth, sul metodo per indurre con l'inganno il Silvenar a firmare i loro contratti, gli sembrava allora perfettamente ragionevole. Scotti indossò i suoi abiti mal ridotti e scese al piano inferiore in cerca di cibo e di un posto tranquillo per pensare.

 

"Siete in piedi", esclamò Basth nel vederlo. "Dovremmo recarci a palazzo adesso".

 

"Adesso?", gemette Scotti. "Guardatemi. Ho bisogno di nuovi abiti. Questo non è il modo di vestirsi nemmeno per andare da una prostituta a pagamento, figuriamoci per recarsi dalla Voce del Popolo di Valenwood. Non ho neppure fatto un bagno".

 

"Da questo momento in poi dovrete cessare di essere un funzionario per diventare uno studente di arte commerciale", disse Liodes Jurus con magnificenza, prendendo Scotti per un braccio e conducendolo fuori nel viale soleggiato. "La prima regola è rendersi conto di cosa rappresentate per il potenziale cliente e di quale aspetto meglio vi si addice. Non potete abbagliarlo con una moda opulenta e con atteggiamenti professionali. Mio caro ragazzo, il solo provarci si rivelerebbe disastroso. Fidatevi di me in merito. Molti altri, oltre a me e Basth, sono ospiti a palazzo e hanno commesso l'errore di mostrarsi troppo zelanti, troppo formali, troppo inclini agli affari. Non sarà mai concessa loro udienza con il Silvenar, ma noi siamo rimasti in disparte sin dal primo rifiuto. Ho indugiato intorno al palazzo, divulgato la mia conoscenza della vita nella Città Imperiale, tenuto le orecchie ben aperte, partecipato a passeggiate, mangiato e bevuto tutto quel che mi è stato offerto. Oserei dire che ho messo su un chilo. Il messaggio che noi comunichiamo è chiaro: è suo interesse più che nostro incontrarci".

 

"Il nostro piano ha funzionato", aggiunse Basth. "Quando ho detto al suo ministro che il nostro rappresentante imperiale era arrivato e che eravamo alla fine disposti a incontrare il Silvenar questa mattina, ci è stato chiesto di condurvi là senza indugio".

 

"Non siamo in ritardo allora?", osservò Scotti.

 

"Molto", rise Jurus. "Ma questo è ancora parte dell'aspetto che vogliamo presentare. Generoso disinteresse. Ricordatevi di non confondere il Silvenar con la comune nobiltà. La sua è la mentalità della gente comune. Quando avrete afferrato questo, capirete come manipolarlo".

 

Jurus impiegò gli ultimi minuti del tragitto attraverso la città esponendo le sue teorie riguardo ciò di cui Valenwood aveva bisogno, di quanto, e a quale prezzo. Erano intenti a distribuire nel tempo le cifre. Molte più costruzioni e ben più elevati costi di quanto Scotti fosse abituato a trattare. Ascoltò attentamente. Tutto intorno a loro la città di Silvenar si palesava, un trionfo di vetro e fiori, il frastuono del vento e una magnifica inoperosità. Quando raggiunsero il palazzo del Silvenar, Decumus Scotti si arrestò sbalordito. Jurus lo guardò per un momento e poi rise.

 

"Piuttosto stravagante, non è vero?".

 

E così era. Un'esplosione congelata nel tempo di pinnacoli scarlatti eterogenei avvolti a spirale, quasi come un nuovo sole nascente. Un bocciolo delle dimensioni di un villaggio, dove i nobili corigiani e i servitori sembravano semplici insetti che si aggiravano succhiando il suo nettare. Salendo su di un ponte ricurvo a forma di petalo, i tre attraversarono il palazzo dalle mura asimmetriche. Dove le pareti divisorie si curvavano insieme l'una vicino all'altra fino a toccarsi, c'era un atrio in ombra o una piccola sala. Dove si inarcavano allontanandosi l'una dall'altra, c'era una corte. Non si vedevano porte da alcuna parte. Né sembrava esservi alcun modo per raggiungere il Silvenar se non percorrendo l'intera spirale del palazzo, attraverso assemblee e camere da letto e sale da pranzo, passando attraverso dignitari, consorti, musici e molte guardie.

 

"È un posto interessante", osservò Basth. "Ma non c'è molta riservatezza. Naturalmente, questo ben si conviene al Silvenar".

 

Quando raggiunsero i corridoi interni, due ore dopo essere entrati nel palazzo, le guardie, brandendo spade e archi, li fermarono.

 

"Abbiamo un'udienza con il Silvenar", disse Jurus pazientemente. "Questo è Lord Decumus Scotti, il rappresentante imperiale".

 

Una delle guardie scomparve giù per un corridoio tortuoso e ritornò qualche momento dopo con un alto e fiero bosmer che indossava una larga veste composta da pezze di cuoio. Quello era il Ministro del Commercio: "Il Silvenar desidera parlare con Lord Decumus Scotti da solo".

 

Non era il luogo per discutere o per mostrare timore, così Scotti si avviò, senza neanche guardare verso Jurus e Basth. Era certo che stessero esibendo le loro maschere di amichevole indifferenza. Seguendo il ministro nella sala delle udienze, Scotti ripeté a se stesso i fatti e le cifre che Jurus gli aveva prospettato. Ricordando di nuovo l'Impressione e l'Immagine che avrebbe dovuto proiettare.

 

La sala delle udienze del Silvenar era un'enorme cupola dove le mura si curvavano dalla base interna a forma di coppa sino quasi a toccarsi sulla sommità. Un sottile raggio di luce solare penetrava dalle fenditure centinaia di piedi più in alto, direttamente sul Silvenar, che si alzò da un piumino di scintillante polvere argentata. Malgrado tutta la meraviglia della città e del palazzo, il Silvenar in sé appariva perfettamente normale. Un comune, mediamente bello elfo dei boschi, di aspetto moderatamente gradevole e con un'espressione leggermente stanca, simile a quelli facilmente visibili nelle altre capitali dell'Impero. Fu soltanto quando si mosse dal palco che Scotti notò una stranezza nelle sue sembianze. Era eccezionalmente basso.

 

"Dovevo parlarvi da solo", disse il Silvenar in tono rozzo e scortese. "Posso vedere le vostre carte?".

 

Scotti gli porse i contratti in bianco della Commissione Edilizia Vanech. Il Silvenar li esaminò con cura, facendo scorrere un dito sul sigillo in rilievo dell'imperatore prima di restituirli. All'improvviso parve vergognarsi, abbassando lo sguardo verso il pavimento. "Ci sono molti ciarlatani nella mia corte che desiderano trarre vantaggio dalle guerre. Pensavo che voi e i vostri colleghi foste fra quelli, ma quei contratti sono autentici".

 

"Sì, lo sono", disse Scotti con calma. L'aspetto convenzionale del Silvenar rese più facile a Scotti conversare, senza saluti formali o deferenza, esattamente come Jurus gli aveva suggerito: "Mi pare assai sensato inizire a parlare direttamente delle strade che devono essere ricostruite e dei porti che gli altmer hanno distrutto, quindi posso darvi i miei preventivi sul costo del rifornimento e del ripristino delle rotte commerciali".

 

"Perché l'imperatore non ha ritenuto giusto inviare un rappresentante quando ebbe inizio la guerra con Elsweyr, due anni fa?", chiese il Silvenar con aria abbattuta.

 

Scotti rifletté un momento prima di rispondere citando tutti i comuni bosmer che aveva incontrato a Valenwood. Gli avidi, atterriti mercenari che lo avevano scortato dal confine. I festaioli bevitori incalliti e gli esperti arcieri sterminati dalla peste al crocevia occidentale di Falinesti. La vecchia e invadente Mamma Pascost a Havel Slump. Il Capitano Balfix, il povero pirata incresciosamente riabilitato. I profughi di Athay e Grenos, terrorizzati ma pieni di speranza. La folle, sanguinaria, autodistruttrice Caccia Selvaggia di Vindisi. I taciturni, cupi battellieri assunti da Gryf Mallon. Il degenerato, avido Basth. Se un'unica creatura rappresentava la loro totale indole, e quella di molti di più in tutta la provincia, quale sarebbe stata la sua personalità? Scotti era un funzionario per lavoro e per natura, istintivamente a suo agio nel catalogare e archiviare, inserendo le cose in un sistema. Se l'anima di Valenwood doveva essere archiviata, dove avrebbe dovuto riporla?

 

Trovò la risposta quasi prima di porsi la domanda. Rifiuto.

 

"Temo che la questione non sia di mio interesse", disse Scotti. "Possiamo ora tornare al nostro imminente affare?".

 

Per tutto il pomeriggio, Scotti e il Silvenar discussero delle pressanti necessità di Valenwood. Ogni contratto fu riempito e firmato. Ciò richiese molto tempo, poiché c'erano così tanti costi collegati che fu necessario aggiungere note e postille ai margini dei vari fogli, e questi a loro volta dovettero essere firmati di nuovo. Scotti conservò la sua generosa indifferenza, ma trovò che trattare con il Silvenar non era certo come trattare con un semplice bambino imbronciato. La Voce del Popolo conosceva a fondo molte cose concrete e quotidiane: i profitti della pesca, i vantaggi del commercio, le condizioni di ogni distretto e foresta nella sua provincia.

 

"Domani sera ci sarà un banchetto per festeggiare questa commissione", disse alla fine il Silvenar.

 

"Meglio farlo questa sera", replicò Scotti. "Dovremmo partire per Cyrodiil con i contratti domani, quindi avrò bisogno di attraversare senza pericolo il confine. È meglio per noi non perdere ulteriore tempo".

 

"D'accordo", acconsentì il Silvenar e fece chiamare il Ministro del Commercio per apporre il suo sigillo sui contratti e predisporre i preparativi per il banchetto.

 

Scotti lasciò la sala e venne accolto da Basth e Jurus. I loro volti mostravano lo sforzo per aver mantenuto un'espressione di indifferenza per troppe ore. Non appena furono fuori dal campo visivo delle guardie, implorarono Scotti di raccontare loro ogni cosa. Quando mostrò loro i contratti, Basth cominciò a piangere dalla gioia.

 

"C'è qualcosa del Silvenar che vi ha sorpreso?", chiese Jurus.

 

"Non mi aspettavo che fosse alto la metà di me".

 

"Davvero?", Jurus apparve leggermente sorpreso. "Si deve essere accorciato da quando ho tentato di avere un'udienza con lui in precedenza. Forse c'è del vero in tutte quelle assurdità circa il suo essere influenzato dalla condizione del popolo".