Trappola

 

di

Anonimo

 

 

Ho visto l'oro... e l'ho preso. Lo so: un altro non l'avrebbe fatto. Di tanto in tanto, ripenso al momento in cui ho visto l'oro... e l'ho preso. Avevo fame, capite? Che scherzo del destino!

 

Non ricordo molto di quella notte, a parte l'oro e la fame. Non il nome della taverna, né quello del villaggio. In ogni caso, credo che fosse da qualche parte nella zona meridionale di Vvardenfell. Non posso esserne sicuro. Ero seduto sulla mia sedia già da un bel po' e non riuscivo a pensare ad altro che ai morsi della fame. Se non avete patito mai la fame vera, quella derivante da giorni interi di digiuno, non potete capire. Non riesci a concentrarti su nulla. Mi risvegliai solo quando qualcuno alla mia sinistra si alzò dal tavolo per andare a prendere da bere, lasciando in bella vista un discreto gruzzolo di monete d'oro.

 

Da quel momento in poi, ricordo tutto perfettamente.

 

Il mio sguardo sull'oro, poi sulla schiena dello sconosciuto, che camminava lentamente verso la locandiera. La mia mano sull'oro. L'oro nella mia tasca. Mi alzo dal tavolo e oltrepasso la porta. Mi volto solo per un istante. Anche lo straniero si è voltato e guarda nella mia direzione. Indossa un cappuccio, ma sento che i nostri sguardi s'incrociano. Lo giuro: sento l'odore di un sorriso.

 

Esco in strada e mi accovaccio dietro dei barili, in attesa del mio inseguitore. Sono in grado di sparire: è uno dei benefici di una vita passata a sfuggire alle guardie. Aspetto lì per quasi un'ora, mentre i morsi della fame aumentano. Capite? Ero lucido e avevo i mezzi per procurarmi da mangiare. Quel pensiero mi torturava. Quando finalmente mi sono rialzato, sono quasi svenuto. Mi era rimasta a malapena l'energia necessaria per raggiungere a piedi una taverna diroccata dall'altra parte della città, prima di crollare su una sedia. Credo di aver perso conoscenza per un istante, dopodiché ho udito la voce della locandiera.

 

"Cosa ti porto da mangiare, sera?".

 

Mi abbuffai di arrosto, torte ed enormi e schiumosi boccali di greef. Mentre le nebbie di un digiuno quasi letale iniziavano a svanire, sollevai gli occhi dal piatto: uno straniero mi fissava da dietro una maschera d'oro, che risplendeva dell'accecante luce lunare proveniente dalla finestra aperta. Indossava una corazza di cuoio nero. La sua stazza e il fisico erano diversi da quelli dell'uomo che avevo derubato, eppure capii che sapeva tutto. Pagai rapidamente e uscii dalla taverna.

 

Rasentai i confini del villaggio, attraversando un cortile centrale lastricato e circondato dalle capanne fatiscenti dei contadini. Tutte le porte e le finestre erano buie e per strada non c'era nessuno. Non riuscii a trovare un nascondiglio, quindi mi incamminai lungo la strada che conduceva fuori dalla città, dirigendomi verso la foresta. Nei giorni passati, la fame mi aveva attanagliato. In quel momento, invece, sentivo i morsi di ciò che pensai essere il senso di colpa. O forse, anche allora, era paura.

 

Corsi lungo il sentiero buio e, non conoscendone i dislivelli e il manto di ciottoli, caddi due volte. I suoni della fauna, che avevo ignorato, divennero improvvisamente più rumorosi. C'era qualcos'altro là fuori, quella notte... e mi stava inseguendo.

 

Sul lato della strada c'era un muro basso. Lo scavalcai e mi nascosi. Ne sapevo abbastanza su come nascondermi da scegliere un punto dove il parapetto sprofondava leggermente. In quel modo, seppure qualcuno avesse intravisto la mia sagoma, l'avrebbe scambiata per una parte del muro. Poco dopo, udii dei passi di corsa, appartenenti a più di una persona. Gli sconosciuti mi oltrepassarono e poi si fermarono. Conversarono sottovoce per un istante, dopodiché uno tornò di corsa sul sentiero verso il villaggio. Poi, il silenzio.

 

Passato qualche minuto, sbirciai da dietro il muro. Una figura femminile, velata e avvolta in una tonaca grigiastra, era ferma sulla strada. All'altra estremità della via c'era un cavaliere, in una cotta di maglia scura, che impediva il ritorno in città. Non riuscii a vedere i loro volti. Rimasi paralizzato per un istante, incerto se uno dei due mi avesse visto... o entrambi.

 

"Fuggi", disse la donna con una voce da oltretomba.

 

La collina alle mie spalle era troppo scoscesa: scavalcai il muro e, con due salti, mi ritrovai dall'altra parte della strada. Corsi nella foresta, accompagnato dall'esasperante tintinnio dell'oro maledetto nella mia tasca. Sapevo che tutto quel rumore avrebbe attirato l'attenzione dei miei inseguitori ma, in quel momento, piuttosto che la furtività, mi interessava mettere più strada possibile fra me e loro. Nuvole di cenere filtravano la luce lunare, ma era comunque troppo luminoso per nascondermi. Corsi finché non sentii la testa e il cuore pulsare, implorandomi di fermarmi.

 

Ero ai confini del bosco. Un piccolo ruscello mi separava da una grande casa in rovina, circondata da uno steccato.

 

Alle mie spalle, udivo qualcuno correre sul sentiero dissestato e polveroso. A sud, lungo il ruscello, il rumore di qualcuno che si avvicinava nell'acqua.

 

Non avevo scelta. Saltai (o forse dovrei dire che caddi) nel fango e mi trascinai sull'altra riva. Rotolai sotto lo steccato e corsi nel cortile verso la casa. Guardandomi intorno, vidi sette sagome scure vicino ai pali dello steccato: l'uomo che avevo derubato, quello con la maschera d'oro, la donna velata, il cavaliere nero e altre tre persone che mi avevano inseguito senza che me ne accorgessi. E pensavo di essere io, quello furtivo!

 

La luna era completamente avvolta in una nube di cenere. Solo le stelle offrivano una pallida luce. Raggiunsi la porta aperta dell'edificio in rovina, richiudendola e sprangandola alle mie spalle. Sapevo che non mi avrebbe protetto a lungo. Cercai un nascondiglio fra i mobili distrutti all'interno della casa devastata: un angolo o una nicchia dove, se fossi rimasto perfettamente immobile, non mi avrebbero visto.

 

Un tavolo scheggiato, posto lungo la parete, mi sembrò perfetto. Mi raggomitolai al di sotto, sobbalzando quando qualcosa si mosse e udii la voce spaventata di un vecchio.

 

"Chi va là?".

 

"Va tutto bene", mormorai. "Non sono uno di loro".

 

Una mano nodosa e raggrinzita uscì dall'ombra e afferrò il mio braccio. Immediatamente mi sentii in preda a un sonno innaturale e tentai di resistere. La luna sbucò dalla nube di cenere e, attraversando con i suoi raggi la finestra infranta, illuminò l'orribile volto del vecchio. Il volto di un morto di fame. Caddi all'indietro, quasi sopraffatto dal fetore della morte, mentre continuava a tenermi con il suo artiglio.

 

Il tavolo fu ribaltato. Davanti a me c'erano i sette cacciatori, più un'altra decina di loro simili. No, non cacciatori... predatori, che mi avevano inseguito di nascondiglio in nascondiglio, spingendomi verso l'antro del vero predatore. Il vecchio era fiaccato dagli anni e non più in grado di correre come una volta. Una macchina per uccidere, ormai malridotta.

 

"Per pietà", implorai. Non riuscii a dire altro.

 

La mia condotta lo aveva divertito, quindi ebbe pietà di me... più o meno. Non mi dissanguò. Non mi maledisse, trasformandomi in uno di loro, i Berne. Mi misero insieme ad altri, per la maggior parte impazziti dal terrore, per invecchiare ed essere assaggiato a discrezione dei vampiri. Ci chiamano "bestiame".

 

Da mesi ho perso la speranza di fuggire dalla cella umida in cui siamo rinchiusi. Anche se questo messaggio dovesse raggiungere il mondo esterno, non so fornire indicazioni sull'ubicazione di questo posto. Seppure qualche eroe riuscisse a sconfiggere le sanguisughe, non mi troverebbe e non potrebbe salvarmi. Scrivo queste note solo per mantenermi sano di mente, e avvertire gli altri.

 

C'è di peggio che essere affamati.

 

Essere cibo.