Re

 

di

Reven

 

 

Caro lettore, non potrai capire ciò che segue se non avrai prima letto e memorizzato bene i primi tre volumi di questa serie, ovvero Mendicante, Ladro e Guerriero. Questo volume è quello conclusivo. Ti consiglio di cercarli presso una libreria di fiducia.

 

Abbiamo lasciato Eslaf Erol mentre fuggiva per mettersi in salvo, una cosa che ormai soleva fare abbastanza spesso. Aveva rubato parecchio denaro e una gemma di proporzioni notevoli a un ricco di nome Suoibud che abitava a Jallenheim. Il ladro era scappato a nord spendendo in modo sfrenato, come tutti i ladri, per comprare piaceri illeciti che non mancherebbero di suscitare l'indignazione dei nostri lettori, ragion per cui non aggiungerò ulteriori dettagli.

 

L'unica cosa che conservò fu la gemma.

 

Non per affetto, certo, ma perché nessun acquirente era abbastanza ricco per acquistarla da lui. Così si trovò nell'assurda situazione di chi rischia di morire di fame pur possedendo un bene che vale milioni.

 

"Mi dai una stanza, del pane e una caraffa di birra in cambio di questa?", chiese a un oste del piccolo villaggio di Kravenswold, molto a nord, fondato per metà sul Mare dei Fantasmi.

 

L'oste lo guardò con sospetto.

 

"È solo cristallo", aggiunse subito Eslaf. "Ma è bella, vero?".

 

"Fa' vedere", disse una giovane donna avvolta in una corazza in fondo al bancone. Senza attendere la risposta, la donna afferrò la gemma, la studiò e sorrise a Eslaf in modo non troppo amichevole. "Vieni al mio tavolo!".

 

"In realtà sarei di fretta", disse Eslaf porgendo la mano per riavere la sua pietra. "Facciamo un'altra volta?".

 

"Per rispetto del mio amico, questo oste, io e i miei uomini non veniamo armati qui dentro", aggiunse la donna con noncuranza e tenendosi la gemma, poi prese il manico di una scopa che era stato appoggiato al bancone. "Posso assicurarti, però, che so usare questa parecchio bene come corpo contundente. Non è un'arma, certo, ma un ottimo mezzo per stordire, spaccare una o due ossa a dovere e poi, una volta che è dentro...".

 

"A che tavolo sei?", si affrettò a chiedere Eslaf.

 

La donna lo condusse fino a un grande tavolo, in fondo alla taverna, dove sedevano dieci energumeni nord di cui Eslaf non si era ancora accorto. Lo guardarono con indifferenza, come se non fosse altro che un insetto da studiare e poi schiacciare senza pietà.

 

"Mi chiamo Laicifitra", disse lei ed Eslaf rispose con un cenno. Questo era il nome pronunciato da Suoibud prima che Eslaf lo facesse fuggire. "E questi sono i miei luogotenenti. Sono il comandante di un vasto esercito indipendente di nobili cavalieri. Il migliore di Skyrim. Di recente ci è stato affidato il compito di attaccare un podere con vigneto ad Aalto per obbligare il padrone, un uomo di nome Laernu, a venderlo al nostro mandante, Suoibud. Il nostro compenso doveva essere una gemma di dimensioni e qualità eccezionali, famosissima e inconfondibile".

 

"Abbiamo fatto quello che ci era stato chiesto e, quando ci siamo rivolti a Suoibud per il compenso, ci ha detto che non poteva pagare perché aveva subito un furto. Alla fine, comunque, trovammo un accordo e ci diede una somma quasi pari al valore della pietra preziosa... con ciò non svuotò tutti i suoi forzieri, ma non fu comunque più in grado di acquistare il podere di Aalto. Non ricevemmo tutta la somma, le finanze di Suoibud avevano subito un duro colpo e il podere di Laernu a Jazbay era stato distrutto inutilmente con tutto il suo prezioso raccolto". Laicifitra prese una lunga sorsata di idromele prima di continuare. "Ora, immagino che tu voglia raccontarmi come sei entrato in possesso della gemma che ci era stata promessa".

 

Eslaf non rispose subito.

 

Prese, invece, un pezzo di pane dal piatto del selvaggio barbuto che si trovava alla sua sinistra e lo mangiò.

 

"Mi dispiace", disse con la bocca piena. "Posso? Certo, anche se volessi non potrei impedirti di prendere la gemma, e in realtà me ne importa ben poco. A questo punto ha poca importanza anche il modo in cui ne sono entrato in possesso. L'ho rubata al vostro mandante. Non intendevo certo nuocere a te o ai tuoi nobili cavalieri, ma posso anche capire che la parola di un ladro non sia rispettabile come la tua".

 

"No", rispose Laicifitra accigliata ma con sguardo divertito. "Non è rispettabile affatto".

 

"Ma prima che tu mi uccida", disse Eslaf afferrando un altro pezzo di pane. "Dimmi quant'è rispettabile per nobili cavalieri come voi essere pagati due volte per lo stesso lavoro. Io non ho alcun onore ma mi sembra che, visto che Suoibud ha accettato una perdita di profitto per pagarvi, ora che avete la gemma la vostra bella ricompensa non sia poi così meritata".

 

Laicifitra prese la scopa e fissò Eslaf. Poi cominciò a ridere: "Come ti chiami, ladro?".

 

"Eslaf", fu la risposta.

 

"Ci teniamo la gemma, come ci era stato promesso. Ma hai ragione anche tu. Non è giusto essere pagati due volte per lo stesso lavoro. Quindi", proseguì la donna guerriero posando il manico della scopa, "tu sarai il nostro nuovo mandante. Cosa vorresti che facesse il tuo esercito?".

 

Molti saprebbero bene come impiegare un esercito, ma Eslaf non era tra questi. Frugò nella sua testolina e infine decise di riscuotere il debito più avanti. Nonostante la sua brutalità, Laicifitra era una donna semplice, cresciuta, venne a sapere poi, dallo stesso esercito di cui era a capo. Conosceva solo il combattimento e l'onore.

 

Quando lasciò Kravenswold, Eslaf aveva un esercito a sua completa disposizione ma nemmeno un soldo in tasca. Doveva rubare subito qualcosa.

 

Vagando per i boschi alla ricerca di cibo ebbe la strana sensazione di aver già visto questo posto. Si trovava in boschi che aveva percorso da piccolo, già allora affamato e povero in canna. Quando si portò sulla strada, si accorse che era tornato nel regno in cui era cresciuto con la serva Drusba, così cara, sciocca e timida.

 

Si travava a Erolgard.

 

Ancora più disgraziato di quand'era giovane. Le botteghe che gli avevano rifiutato il cibo erano ora sprangate e abbandonate. L'unica gente rimasta era composta da individui vacui e disperato, talmente rovinati dalle tasse, dal dispotismo e dalle incursioni barbariche da non trovare neanche la forza per fuggire. Eslaf capì quanto fortunato era stato a essersene andato da giovane.

 

C'erano, tuttavia, un castello e un re. Eslaf escogitò immediatamente un piano per saccheggiare la sala del tesoro. Come sempre, esaminò attentamente il posto, osservando i sistemi di difesa e le abitudini delle guardie. Servì del tempo, ma alla fine si rese conto che non c'erano né protezioni né guardie.

 

Arrivò al portone principale e poi giù per i corridoi vuoti fino alla sala del tesoro. Era completamente vuota, se non per la presenza di un uomo. Doveva avere l'età di Eslaf ma sembrava molto più vecchio.

 

"Non c'è nulla da rubare", disse. "Ammesso che ci sia mai stato qualcosa".

 

Re Ynohp, anche se invecchiato prematuramente, aveva gli stessi capelli biondo chiaro e gli stessi occhi cristallini di Eslaf. In realtà, assomigliava anche a Suoibud e a Laicifitra. Nonché a Laernu, il proprietario di Aalto ormai in rovina, sebbene Eslaf non l'avesse mai incontrato. Del tutto prevedibile, visto che erano tutti gemelli.

 

"Allora, non hai niente?", chiese Eslaf con gentilezza.

 

"Niente a parte il mio povero regno, maledizione", brontolò il re. "Prima che salissi sul trono, era potente e ricco ma non ho ereditato nulla di tutto ciò, solo il titolo. Per tutta la vita ho sopportato il peso della responsabilità ma non ho mai avuto i mezzi per governare bene. Guardo la desolazione che ho ereditato e la odio. Se fosse possibile rubare un regno, non avrei alzato un dito per fermarti".

 

E invece, rubare un regno era possibile. Eslaf assunse il nome di Ynohp, un inganno piuttosto facile vista la loro somiglianza. Il vero Ynohp, con il nome di Ylekilnu, fu felice di abbandonare i suoi domini e di andare a lavorare nei vigneti di Aalto. Per la prima volta libero da responsabilità, ricominciò ad amare la vita e passò così tutti i suoi anni.

 

Il nuovo Ynohp, invece, chiamò in suo aiuto Laicifitra e usò il suo esercito per riportare la pace nel regno di Erolgard. Gli affari e i commerci cominciarono a svilupparsi in tutto il territorio ed Eslaf ridusse le tasse per incoraggiarne ulteriormente la crescita. Nell'udire tutto ciò, Suoibud, sempre più furioso per aver perso il denaro, decise di tornare nella terra natia. Quando morì, anni dopo, il regno ricevette la sua intera fortuna in quanto, per avidità, si era rifiutato di nominare un erede.

 

Eslaf utilizzò parte della ricchezza per acquistare i poderi di Aalto, dopo averne sentito parlare bene da Ynohp.

 

E fu così che Erolgard tornò alla sua antica prosperità grazie al quinto figlio di Re Ytluaf: Eslaf Erol che fu mendicante, ladro, guerriero (mediocre) e infine re.