La vera Barenziah

Parte 5

 

di

Anonimo

 

 

Come Symmachus aveva predetto, il furto del Bastone del Caos ebbe alcune conseguenze a breve termine. L'attuale imperatore, Uriel Septim, inviò alcune missive dal tono alquanto severo, esprimendo sconcerto e disappunto per la scomparsa del bastone ed esortando Symmachus a profondere ogni suo sforzo per individuarne l'ubicazione, comunicando ogni nuovo sviluppo al mago guerriero imperiale di nuova nomina, Jagar Tharn, nelle cui mani era stata riposta l'intera faccenda.

 

"Tharn!", Symmachus tuonò di disgusto e frustrazione percorrendo a gran passi la piccola camera in cui Barenziah, adesso incinta di alcuni mesi, sedeva serenamente ricamando una coperta per neonati. "Proprio Jagar Tharn. Ah! Non gli fornirei indicazioni per attraversare la strada nemmeno se fosse un vecchio cieco barcollante e ubriaco".

 

"Cos'hai contro di lui, mio amato?".

 

"Semplicemente non mi fido di quell'incrocio di elfo. Parte elfo scuro, parte elfo alto e parte sanno solo gli dei cosa. Nel suo sangue si combinano tutte le peggiori qualità di queste razze, te lo garantisco". Sbuffò. "Nessuno sa molto al suo riguardo. Asserisce di essere nato nel Valenwood meridionale da una madre di razza elfica dei boschi. Sembra essere stato ovunque dal...".

 

Barenziah, immersa nell'appagamento e nella rilassatezza della maternità, fino a quel momento aveva soltanto assecondato Symmachus. Ma ora improvvisamente lasciò cadere il suo ricamo e guardò verso di lui. Qualcosa aveva attratto il suo interesse. "Symmachus. Questo Jagar Tharn potrebbe essere l'Usignolo sotto mentite spoglie?".

 

Symmachus meditò un poco prima di rispondere. "Tutt'altro, mia amata. Il sangue umano sembra essere l'unico componente mancante nella stirpe di Tharn". Barenziah sapeva bene che per Symmachus quello era un difetto. Suo marito disprezzava gli elfi dei boschi come ladri indolenti e gli elfi alti come intellettuali effeminati. Ma ammirava gli umani, in special modo i bretoni, per la loro combinazione di pragmatismo, intelligenza ed energia. "L'Usignolo è di Ebonhart, del clan Ra'athim, casa Hlaalu, quella di Mora per essere precisi. Giurerei che quella casa ha avuto sangue umano nelle vene fin dal suo tempo. Ebonheart si mostrò oltremodo invidiosa del fatto che il bastone fosse stato lasciato qua quanto Tiber Septim prese da noi il Corno dell'Evocazione".

 

Barenziah sospirò un po'. La rivalità tra Ebonheart e Mournhold si perdeva indietro nel tempo fin quasi all'alba della storia di Morrowind. Un tempo le due nazioni erano state una sola, tutte le miniere più redditizie erano considerate feudo dei Ra'athim, la cui nobilità dava loro diritto all'alta corona di Morrowind. Ebonheart fu divisa in due città-stato separate, Ebonheart e Mournhold, quando i due figli gemelli della Regina Lian, nipoti del leggendario Re Moraelyn, furono dichiarati eredi congiunti. In quel periodo circa, l'ufficio dell'alta corona rimase vacante in favore di un temporaneo signore della guerra che doveva essere nominato da un consiglio nei momenti di emergenza della provincia.

 

Inoltre, Ebonheart era gelosa della sua prerogativa di città-stato più vecchia di Morrowind ("prima fra gli eguali" era la frase che i suoi governanti amavano ripetere) e reclamò che il diritto di custodia del Bastone del Caos dovesse essere affidato alla sua casa regnante. Mournhold rispose che Re Moraelyn stesso aveva posto il bastone sotto la protezione del dio Ephen. E Mournhold era indiscutibilmente il luogo di nascita del dio.

 

"Perché non parlare a Jagar Tharn dei tuoi sospetti, allora? Lascia che sia lui a sistemare la cosa. Una volta riposto al sicuro, cosa importa chi recupera il bastone o dove si trova?".

 

Symmachus la fissò basito.

 

"Importa", disse sommessamente dopo un po', "ma suppongo non così tanto", aggiunse, "certamente non abbastanza da preoccuparsene ora. Vedi di stare seduta e bada alle tue faccende", sorrise maliziosamente verso di lei. "Pensa al ricamo".

 

Barenziah lanciò il suo ricamo verso Symmachus, colpendolo in piena faccia, ago, ditale e tutto il resto.

 

Dopo pochi mesi Barenziah diede alla luce un bellissimo bambino a cui diedero il nome di Helseth. Null'altro si udì riguardo al Bastone del Caos o a quell'Usignolo. Se Ebonheart avesse avuto il bastone in suo possesso, di certo non se ne vantava.

 

Gli anni trascorsero velocemente e gioiosamente. Helseth crebbe alto e forte. Somigliava sempre più a suo padre che venerava. Quando Helseth raggiunse l'età di otto anni, Barenziah diede alla luce un secondo figlio, una bambina, per la gioia perenne di Symmachus. Helseth era il suo orgoglio, ma la piccola Morgiah, ribattezzata come la madre dell'uomo, gli riempiva il cuore.

 

Purtroppo, la nascita di Morgiah non fu foriera di tempi migliori. Le relazioni con l'Impero andarono lentamente deteriorandosi, apparentemente senza motivo. Le tasse aumentarono e le quote crebbero anno dopo anno. Symmachus temette che l'imperatore lo sospettasse di avere qualcosa a che fare con la scomparsa del bastone e pensò di dimostrare la sua lealtà prodigandosi per soddisfare la richiesta sempre crescente. Prolungò le ore di lavoro e aumentò le tariffe. Compensò perfino parte della differenza tra le entrate imperiali e le sue stesse proprietà private. Ma le tasse si moltiplicarono e la gente comune al pari dei nobili iniziarono a protestare. Fu come un rumore sommesso e infausto.

 

"Prendi con te i bambini e recati alla Città Imperiale", disse infine Symmachus in preda alla disperazione una sera dopo cena. "Devi fare in modo che l'imperatore ti ascolti, altrimenti tutta Mournhold sarà in rivolta entro la prossima primavera". Sorrise forzatamente. "Tu sai come ottenere quel che vuoi dagli uomini, amore. Lo hai sempre saputo fare".

 

Barenziah forzò un sorriso a sua volta. "Perfino con te, esatto?".

 

"Esatto. In special modo con me", annuì affettuosamente.

 

"Entrambi i bambini?", Barenziah guardò in direzione di una finestra d'angolo, dove Helseth stava strimpellando un liuto e canticchiando un duetto con la piccola sorella. Helseth aveva quindici anni allora, Morgiah soltanto otto.

 

"Potrebbero addolcirlo. Inoltre, è giunto il tempo che Helseth sia presentato al cospetto della corte imperiale".

 

"Forse. Ma non è il tuo reale motivo". Barenziah trasse un profondo respiro, poi affrontò l'argomento con risolutezza. "Non pensi di poterli proteggere adeguatamente tenendoli qui. Se questo è il caso, nemmeno tu saresti al sicuro rimanendo qua. Vieni con noi", lo esortò.

 

Prese le mani di lei fra le sue. "Barenziah. Amore mio. Cuore del mio cuore. Se abbandonassi il mio posto adesso, non vi sarebbe modo di ritornare. Non darti pensiero per me. Starò bene. Ah! Posso badare a me stesso! E posso farlo assai meglio se non devo preoccuparmi di te o dei bambini".

 

Barenziah gli appoggiò la testa sul petto. "Allora rammenta che noi abbiamo bisogno di te. Io ho bisogno di te. Uniti possiamo fare a meno di tutto il resto. Mani e ventre vuoti sono assai più facili da sopportare di un cuore vuoto". Iniziò a piangere, pensando all'Usignolo e a quella sordida faccenda del bastone. "La mia stupidità ci ha portato qui".

 

Le sorrise teneramente. "In tal caso, questo posto non dev'essere poi così male". I suoi occhi si posarono con indulgenza sui loro bambini. "Nessuno di noi dovrà mai separarsi o desiderare di farlo per alcun motivo. Mai! Mai, mia amata, te lo prometto. Hai già perso tutto una volta per causa mia, Barenziah, mia e di Tiber Septim. Ah! Senza il mio aiuto l'Impero non avrebbe mai ingranato. Ne ho agevolato l'ascesa", la sua voce si fece più decisa, "ma posso anche essere l'artefice della sua caduta. Dillo pure a Uriel Septim! E digli anche che la mia pazienza non è infinita".

 

Barenziah trasalì. Symmachus non era solito fare minacce a vuoto. Non avrebbe mai neppure immaginato che si sarebbe sollevato contro l'Impero, tanto quanto il vecchio lupo domestico accoccolato presso la grata che si era rivoltato contro di lei. "Come?", domandò con il fiato sospeso. Ma Symmachus scosse la testa.

 

"Meglio che tu non sappia", disse. "Riferiscigli solo ciò che ti ho detto se dovesse dimostrarsi recalcitrante e non temere. L'imperatore è un Septim a sufficienza per non vendicarsi sul messaggero". Sorrise torvamente. "Poiché se lo facesse, se osasse toccare un solo capello a te, mia amata, o ai bambini, allora, mi siano di aiuto tutti gli dei di Tamriel, pregherà di non essere mai nato. Ah! Gli darei la caccia in ogni dove, a lui e alla sua intera famiglia. E non avrei pace finché l'ultimo dei Septim non fosse morto". I rossi occhi di elfo scuro di Symmachus brillarono luminosi nella debole luce del fuoco. "Te lo giuro, mia amata, mia regina, mia Barenziah".

 

Barenziah si strinse a lui, si strinse con quanta forza aveva. Ma nonostante il calore del suo abbraccio, non riuscì ad alleviare il suo tremito.

 

Barenziah se ne stava dinanzi al trono imperiale, tentando di descrivere le difficili condizioni di Mournhold. Aveva atteso settimane per un'udienza con Uriel Septim, che le era sempre stata rifiutata adducendo un pretesto o l'altro. "Sua maestà è indisposto". "Urgenti affari hanno richiesto l'attenzione di sua eccellenza". "Sono spiacente, altezza, deve esservi stato uno spiacevole errore. Il suo appuntamento è previsto per la prossima settimana. Ecco...". E ora le cose non andavano certo meglio. L'imperatore non faceva nemmeno finta di ascoltarla. Né l'aveva invitata a sedersi o aveva dato licenza ai suoi bambini. Helseth se ne stava immobile come un'immagine scolpita, ma la piccola Morgiah aveva iniziato ad agitarsi.

 

Il suo stato mentale non la aiutava affatto. Poco dopo il suo arrivo agli alloggi, l'ambasciatore di Mournhold presso la Città Imperiale aveva chiesto udienza, recando con sé un fascio di messaggi da Symmachus. Cattive notizie, pessime invero. La rivolta era iniziata. I contadini si erano raccolti attorno a pochi membri insoddisfatti della nobiltà minoritaria di Mournhold e stavano chiedendo a Symmachus di farsi da parte e cedere le redini del governo. Soltanto la guardia imperiale e un manipolo di truppe, le cui famiglie erano state fedeli seguaci della casa di Barenziah per generazioni si frapponevano fra Symmachus e la feccia. Le ostilità erano già iniziate, ma apparentemente Symmachus era al sicuro e manteneva ancora il controllo. Non per molto, scrisse. Implorò Barenziah di tentare ogni strada possibile con l'imperatore. Ma in ogni caso, avrebbe dovuto restare nella Città Imperiale finché non le avesse scritto che la situazione era abbastanza sicura da permettere il suo ritorno a casa con i bambini.

 

Barenziah aveva tentato lentamente di farsi strada attraverso la burocrazia imperiale... con esiguo successo. E ad accrescere il suo panico, ogni notizia da Mournhold era improvvisamente cessata. Vacillando tra la collera verso i numerosi maestri di palazzo dell'imperatore e il terrore per il fato che attendeva lei e la sua famiglia, le settimane erano trascorse con nervosismo, ansia e angoscia. Finché un giorno l'ambasciatore di Mournhold si recò presso di lei per annunciarle che nuove notizie da Symmachus erano attese per la notte successiva al più tardi, non attraverso i regolari canali, ma per mezzo di un falcone notturno. Apparentemente per il medesimo colpo di fortuna, quello stesso giorno fu informata da un portavoce della corte imperiale che Uriel Septim aveva infine acconsentito a concederle udienza nelle prime ore del giorno seguente.

 

Non appena i tre si erano presentati nella sala delle udienze, l'imperatore li aveva salutati con un sorriso di benvenuto fin troppo luminoso, ostentando una cordialità tradita però dal suo sguardo. Poi, come presentò i suoi bambini, l'imperatore guardò fissamente verso di loro con un'attenzione addirittura più inadeguata. Barenziah aveva avuto a che fare con gli umani per quasi cinquecento anni e aveva sviluppato una particolarissima abilità nel leggerne espressioni e movimenti, che andava ben oltre le capacità di percezione di qualsiasi essere umano. Per quanto l'imperatore si sforzasse di nasconderlo, il suo sguardo era carico di bramosia e... qualcos'altro. Rimpianto? Sì, rimpianto. Ma, perché? Aveva avuto molti bellissimi figli dalla sua consorte. Perché bramare i suoi? E perché fissarla con tale desiderio, seppure fugacemente? Forse si era stancato della sua attuale consorte. Gli umani erano notoriamente incostanti, sebbene prevedibili. Dopo quella lunga, bruciante occhiata, il suo sguardo si diresse altrove e iniziò a parlare della sua missione e delle violenze che erano esplose a Mournhold, sedendo immobile come una pietra durante tutto il suo resoconto.

 

Disorientata dalla sua immobilità e alquanto contrariata, Barenziah fissò il suo volto pallido e imperturbabile, cercando qualche traccia dei Septim che aveva conosciuto in passato. Purtroppo non conosceva bene Uriel Septim, avendolo incontrato una volta soltanto quando era ancora un bambino e, successivamente, nell'occasione della sua incoronazione venti anni dopo. Due volte in tutto. Aveva mostrato un atteggiamento austero e dignitoso in quella cerimonia, pur essendo soltanto un giovane adulto. Eppure non così gelidamente distante come si poneva ora quest'uomo maturo. Invero, a dispetto della somiglianza fisica, non sembrava essere affatto il medesimo uomo. No, eppure qualcosa in lui le appariva alquanto familiare, stranamente familiare, alcuni artifici nella postura o nei gesti...

 

Improvvisamente avvertì un grande calore, come se un fiume di lava si fosse riversato su di lei. Illusione! Aveva studiato approfonditamente le arti dell'Illusione da quando l'Usignolo l'aveva ingannata a quel modo. Aveva appreso a percepirla... e adesso ne avvertiva la presenza, così come un cieco avrebbe avvertito il calore del sole sul volto. Illusione! Ma a che scopo? La sua mente lavorava freneticamente mentre la sua bocca proseguiva nel narrare i dettagli sulle vicissitudini di Mournhold. Vanità? Gli umani avevano spesso vergogna dei segni di vecchiaia, tanto quanto gli elfi erano orgogliosi di esibirli. Eppure il viso di Uriel Septim era consono alla sua età.

 

Barenziah non osò utilizzare alcuna delle sue abilità magiche. Perfino i nobili di poco conto possedevano mezzi per percepire e proteggersi dalla magicka entro le loro dimore. L'uso della stregoneria in quel luogo avrebbe scatenato l'ira dell'imperatore tanto quanto sguainare un pugnale.

 

Magia.

 

Illusione.

 

Improvvisamente il suo pensiero tornò all'Usignolo. Ed eccolo, seduto dinanzi a lei. Poi la visione mutò ed era di nuovo Uriel Septim. Aveva uno sguardo carico di tristezza. Come fosse intrappolato. Quindi la visione svanì di nuovo e un altro uomo sedeva al suo posto, simile all'Usignolo e tuttavia diverso. Pelle pallida, occhi rosso sangue, orecchie elfiche. E attorno a lui una luminosità accecante di pure malvagità, un'aura di energia ancestrale, un orribile e distruttivo bagliore. Quell'uomo era capace di ogni cosa!

 

E quindi Barenziah si ritrovò a fissare il volto di Uriel Septim.

 

Come poteva essere certa che non era soltanto la sua immaginazione? Forse la sua mente le stava giocando un brutto scherzo. Improvvisamente avvertì una sensazione di profonda stanchezza, come se avesse trasportato un pesante fardello troppo a lungo e troppo lontano. Decise di abbandonare il suo scrupoloso resoconto delle sventure di Mournhold, poiché le appariva evidente che non stava sortendo alcun esito e di tornare a una covnersazione di cortesia. Cortesia certo, ma con doppie intenzioni.

 

"Ricordate, sire? Symmachus e io abbiamo pranzato con la vostra famiglia poco dopo l'incoronazione di vostro padre. Eravate non più grande della mia piccola Morgiah. Fummo molto onorati di essere gli unici ospiti quella sera, naturalmente non considerando il vostro migliore amico Justin".

 

"Ah, sì", rispose l'imperatore, sorridendo cautamente. Molto cautamente. "Credo di ricordarlo".

 

"Voi e Justin eravate così amici, vostra maestà. Mi è stato riferito che morì poco tempo dopo. Una grande perdita".

 

"Infatti. Ancora non amo parlare di lui". Il suo sguardo si fece vacuo, o perfino più vacuo, se mai fosse stato possibile. "In merito alla vostra richiesta, mia signora, considereremo la cosa con la massima attenzione e le faremo avere notizie".

 

Barenziah si inchinò e altrettanto fecero i suoi figli. L'imperatore li congedò con un cenno del capo, dopodiché si ritirarono dalla presenza imperiale.

 

Trasse un profondo respiro una volta emersa dalla sala del trono. Justin era stato un amico immaginario! Sebbene giovane, Uriel aveva insistito per avere un posto libero per Justin a ogni pranzo. Non soltanto, Justin, a dispetto del nome da ragazzo, era una bambina! Symmachus era stato al gioco a lungo, dopo che quella bambina se ne era andata come ogni amico immaginario dell'infanzia, informandosi sulla salute di Justin ogni volta che lui e Uriel Septim si incontravano e sentendosi rispondere sempre con finta serietà. L'ultima volta che Barenziah aveva udito di Justin, molti anni or sono, l'imperatore aveva scherzato in modo evidentemente elaborato con Symmachus, informandolo che aveva conosciuto un avventuroso e incallito giovane khajiiti, lo aveva sposato e si erano stabiliti a Lilandril per coltivare felci e artemisie.

 

L'uomo che sedeva sul trono dell'imperatore non era Uriel Septim! L'Usignolo? Poteva mai essere...? Sì. Sì! Le corde della consapevolezza risuonarono in lei e Barenziah seppe di non sbagliarsi. Era proprio lui. Lui! L'Usignolo! Camuffato con le sembianze dell'imperatore! Symmachus si era sbagliato, quanto si era sbagliato...

 

Cosa fare adesso? Si chiese convulsamente. Cosa ne era stato di Uriel Septim? E soprattutto, cosa significava per lei e Symmachus e tutta Mournhold? Facendo mente locale, Barenziah comprese che tutti i loro problemi dipendevano dall'impostore, l'Usignolo incantatore, o chiunque fosse in realtà. Doveva essersi sostituito a Uriel Septim poco prima che avessero inizio quelle insensate richieste nei confronti di Mournhold. Ciò avrebbe spiegato perché le relazioni si erano deteriorate a tal punto, dopo così tanto tempo (secondo il criterio degli umani), tanto tempo dopo il suo biasimato legame con Tiber Septim. L'Usignolo sapeva della famosa e apprezzata lealtà di Symmachus nei confronti della casa dei Septim e aveva deciso di sferrare un attacco preventivo. In tal caso, tutti loro correvano un pericolo terribile. Lei e i bambini si trovavano in suo potere nella Città Imperiale, mentre Symmachus si trovava a Mournhold a fronteggiare da solo le difficoltà provocate dall'Usignolo.

 

Cosa fare? Barenziah esortò i bambini a starle davanti, appoggiando una mano sulla spalla di ciascuno, tentando di apparire calma e distaccata, seguita dalle sue dame di compagnia e dalla scorta personale di cavalieri. Infine raggiunsero la loro carrozza in attesa. Sebbene i loro alloggi si trovassero soltanto a pochi isolati di distanza da palazzo, la dignità regale proibiva di procedere a piedi, perfino per brevi distanze, e, per una volta, Barenziah fu lieta di una simile consuetudine. La carrozza appariva ora come una sorta di rifugio, sebbene illusorio poiché sapeva quale fosse il suo vero stato d'animo.

 

Un ragazzo corse rapido verso una delle guardie e gli porse una pergamena, quindi fece cenno verso la carrozza. La guardia allora le consegnò la pergamena. Il ragazzo attendeva paziente, grandi occhi chiari e un sorriso sincero. La lettera era concisa e ossequiosa e con essa Re Eadwyre di Wayrest, della provincia di High Rock, chiedeva cortesemente udienza al cospetto della famosa Regina Barenziah di Mournhold, avendo sentito parlare a lungo di lei e desiderava farne la conoscenza.

 

Il primo impulso di Barenziah fu di rifiutare la richiesta. Desiderava solo lasciare la città! E certamente non era incline a intrattenersi in relazioni con umani invaghiti. Alzò lo sguardo, accigliata, e una delle guardie le disse: "Mia signora, il ragazzo dice che il suo padrone attende la vostra risposta proprio là".

 

Guardando nella direzione indicata vide un uomo anziano di bell'aspetto in sella a un cavallo, circondato da una mezza dozzina di cortigiani e cavalieri. Incontrò il suo sguardo e si inchinò rispettosamente, sollevando un bel cappello piumato.

 

"Perfetto", Barenziah disse d'impulso al ragazzo. "Dì pure al tuo padrone che può farmi visita stasera, dopo l'ora di cena". Re Eadwyre appariva serio, gentile e alquanto preoccupato, ma non certo in preda a pene d'amore. Se non altro era già qualcosa, pensò mestamente. Barenziah era in piedi alla finestra della torre, paziente. Poteva percepire la vicinanza dell'essere familiare, ma sebbene il cielo notturno ai suoi occhi fosse chiaro come il giorno, non riusciva ancora a vederlo. Quando comparve all'improvviso, un punto che si muoveva lesto sotto le deboli nubi della notte. Pochi minuti ancora e il grande falcone notturno concluse la sua discesa, ripiegando le ali e allungando gli artigli in cerca del bracciale di pelle spesso che lei indossava.

 

Portò il falco al trespolo, dove attese ansimante, mentre le dita di lei tastavano impazienti il messaggio racchiuso nella piccola capsula legata alla zampa. Il falcone bevve acqua abbondante dal recipiente, quindi arruffò le piume e le lisciò col becco, sentendosi al sicuro in sua presenza. Una piccola parte della sua consapevolezza provava soddisfazione per il compito portato a termine, per la missione completata con successo e per il meritato riposo... sebbene nel profondo avvertisse il disagio. Le cose non andavano bene, nemmeno per la sua umile mente di volatile.

 

Con le dita tremanti srotolò la sottile pergamena e iniziò a leggere quella stentata scrittura. Non la nitida scrittura di Symmachus! Barenziah sedette lentamente, le sue dita scorrevano il documento a poco a poco mentre preparava la sua mente e il suo corpo ad accettare con calma la tragedia, se di tragedia si trattava.

 

E tragedia fu infatti!

 

La guardia imperiale aveva abbandonato Symmachus e si era unita ai ribelli. Symmachus era morto. Le truppe rimaste fedeli avevano subito una sconfitta decisiva. Symmachus era morto. Il capo dei ribelli era stato incoronato re di Mournhold dai delegati imperiali. Symmachus era morto. Barenziah e i suoi bambini erano stati dichiarati traditori dell'Impero e sulle loro teste pendeva una taglia.

 

Symmachus era morto.

 

Dunque l'udienza di quella mattina con l'imperatore non era stata altro che una copertura, un inganno. Una farsa. L'imperatore doveva già avere appreso la notizia. Era stata soltanto presa in giro. Tutto quell'invitarla a rimanere, a rilassarsi: "La Città Imperiale può offrire innumerevoli delizie, mia regina, vi invito a trattenervi per goderne a piacimento". Permanenza? Detenzione! Prigionia! E con ogni probabilità, arresto. Non si faceva illusioni riguardo la sua situazione. Sapeva che l'imperatore e i suoi tirapiedi non le avrebbero mai più permesso di lasciare la Città Imperiale. Se non altro, non da viva.

 

Symmachus era morto.

 

"Mia signora?".

 

Barenziah sussultò, sorpresa dal richiamo della serva. "Sì, cosa c'è?".

 

"Il bretone è qua, mia signora. Re Eadwyre", precisò la donna notando l'incomprensione di Barenziah. Esitò. "Vi sono notizie, mia signora?", chiese la serva facendo cenno in direzione del falco notturno.

 

"Nulla di inaspettato", Barenziah rispose fugacemente. La sua voce risuonò simile a un eco nell'immenso vuoto che si era creato d'improvviso dentro di lei, simile a un abisso. "Badate al falco". Si alzò in piedi, riordinò un po' la sua veste e si preparò a incontrare il suo regale visitatore.

 

Si sentiva profondamente intorpidita. Insensibile come le mura in pietra che la circondavano, imperturbabile come la quiescente aria della notte... intorpidita come un corpo esanime.

 

Symmachus era morto!

 

Re Eadwyre le porse i suoi ossequi con grande serietà e cortesia, seppure con fare eccessivo. Dichiarò di essere un fervido ammiratore di Symmachus, che era descritto come un sovrano di grande valore nelle leggende di famiglia. Gradualmente il re diresse la conversazione verso gli interessi di lei con l'imperatore. Chiese informazioni in merito e le domandò se i risultati ottenuti fossero favorevoli per Mournhold. Ricevendo solo risposte elusive, d'un tratto proruppe: "Mia regina, vi scongiuro di credermi. Colui che si spaccia per l'imperatore è in realtà un impostore! Comprendo che ciò possa sembrare folle, ma...".

 

"No", Barenziah lo interruppe con decisione. "Siete assolutamente nel giusto, mio signore. Lo so".

 

Eadwyre si rilassò per la prima volta nella sua poltrona. Il suo sguardo d'un tratto si fece acuto e interrogativo. "Voi sapete? Non lo dite per assecondare un pazzo, giusto?".

 

"Affatto, mio signore, ve lo garantisco". Trasse un profondo respiro. "E chi supponete si sia sostituito all'imperatore?".

 

"Il mago guerriero imperiale, Jagar Tharn".

 

"Ah, mio re, avete forse udito di qualcuno chiamato l'Usignolo?".

 

"Sì, mia signora, invero ne ho sentito parlare. I miei alleati e io riteniamo che quell'uomo non sia altro che il rinnegato Tharn".

 

"Lo sapevo!", Barenziah si levò tentando di mascherare l'agitazione. L'Usignolo... Jagar Tharn! Quell'uomo era un vero demone! Diabolico e insidioso. E così astuto. Aveva invisibilmente tessuto le trame della loro caduta in modo assolutamente perfetto! Symmachus, il mio amato Symmachus...!

 

Eadwyre tossì timidamente. "Mia signora, io... noi... abbiamo bisogno del vostro aiuto".

 

Barenziah sorrise torvamente per l'ironia. "Avrei creduto di dover essere io a pronunciare quelle parole, ma vi prego, continuate. Come posso aiutarvi, mio signore?".

 

Rapidamente il monarca le delineò il loro piano. La maga Ria Silmane, apprendista dell'ignobile Jagar Tharn, era stata giustiziata e dichiarata traditrice dal falso imperatore. Tuttavia era riuscita a conservare una parte dei suoi poteri ed era ancora in grado di entrare in contatto con quei pochi che aveva conosciuto bene sul piano mortale. La maga aveva scelto un Campione che avrebbe dovuto intraprendere la ricerca del Bastone del Caos, che lo stregone traditore teneva nascosto in un luogo sconosciuto. Questo Campione avrebbe dovuto impiegare il potere del bastone per distruggere Jagar Tharn, che altrimenti sarebbe risultato invulnerabile, e liberare il vero imperatore imprigionato in un'altra dimensione. Tuttavia, il Campione, che grazie agli dei era ancora in vita, adesso languiva nelle prigioni imperiali. L'attenzione di Tharn doveva essere assolutamente distratta mentre il prescelto guadagnava la libertà con l'aiuto dello spirito di Ria. Barenziah aveva rapito gli occhi e le orecchie del falso imperatore. Sarebbe stata in grado di creare la distrazione necessaria?

 

"Suppongo che potrei ottenere un'altra udienza", disse Barenziah con cautela. "Ma sarebbe sufficiente? Devo riferirvi con rammarico che io e i miei bambini siamo stati appena dichiarati traditori dell'Impero".

 

"A Mournhold, forse, mia signora, e in Morrowind. Le cose procedono in modo diverso nella Città Imperiale e nella provincia. La stessa palude di burocrazia che rende quasi impossibile ottenere un'udienza con l'imperatore o con i suoi ministri, allo stesso tempo garantisce che non possiate mai essere illegalmente imprigionata, o altrimenti punita, senza i benefici di un regolare processo. Nel caso vostro e dei vostri figli, mia signora, la situazione è ulterioremente amplificata dal vostro titolo regale. In quanto regina ed eredi presunti, le vostre persone sono di fatto considerate inviolabili, sacrosante". Il re sorrise con gravità. "La burocrazia imperiale, mia signora, è un'arma a doppio taglio".

 

Dunque almeno lei e i bambini erano al sicuro per il momento. Poi un pensiero la colpì. "Mio signore, cosa intendevate poco prima quando avete detto che a quanto pareva avevo rapito gli occhi del falso imperatore?".

 

Eadwyre sembrò imbarazzato. "Si sussurra tra i servitori che Jagar Tharn conservi le vostre sembianze in una sorta di reliquiario nelle sue stanze".

 

"Capisco". I suoi pensieri tornarono per un momento a quella sua dissennata relazione con l'Usignolo.

 

Barenziah ne era stata follemente innamorata. Stupida donna! E quell'uomo che un tempo aveva amato era stato il flagello dell'uomo che aveva amato veramente. Aveva amato... amato... Se n'era andato, era morto... era... Ancora era incapace di accettare il fatto che Symmachus era morto. Ma anche in quel caso, si disse fermamente, il mio amore è ancora vivo e rimarrà tale. Sarebbe stato sempre al suo fianco. Così come avrebbe fatto il suo dolore. Il dolore di trascorrere il resto della sua vita senza di lui. Il dolore di provare a sopravvivere giorno dopo giorno, notte dopo notte, senza la sua presenza, conforto e amore. Il dolore che scaturiva dalla consapevolezza che non avrebbe mai più visto i suoi splendidi bambini crescere e farsi adulti, che non avrebbero mai più saputo del loro padre, di quanto coraggioso, quanto forte, quanto meraviglioso, quanto adorabile egli fosse... in special modo per la piccola Morgiah.

 

E per questo, per tutto questo, per tutto ciò che hai fatto alla mia famiglia, Usignolo... morirai.

 

"Ciò vi sorprende?".

 

Le parole di Re Eadwyre interruppero i suoi pensieri.

 

"Cosa? Cosa dovrebbe sorprendermi?".

 

"Le vostre sembianze. Nelle stanze di Tharn".

 

"Oh". I suoi lineamenti si fecero imperturbabili. "Sì... e no".

 

Eadwyre comprese dalla sua espressione che desiderava cambiare argomento. Tornò quindi a parlare dei loro piani. "Il nostro prescelto potrebbe aver bisogno di alcuni giorni per la fuga, mia signora. Pensate di poter guadagnare un po' di tempo?".

 

"Vi fidate di me, mio signore? Perché?".

 

"Siamo disperati, mia signora. Non abbiamo scelta. Ma anche se l'avessimo... sì, è così, mi fiderei di voi. Mi fido di voi. Vostro marito è sempre stato onesto e onorevole con la mia famiglia negli anni passati. Il sire Symmachus...".

 

"É morto".

 

"Cosa?".

 

Barenziah lo informò brevemente e freddamente sui recenti accadimenti.

 

"Mia signora... mia regina... è una notizia terribile! Io... io sono così addolorato...".

 

Per la prima volta la glaciale compostezza di Barenziah rimase scossa. A quella sincera partecipazione, sentì la sua calma esteriore iniziare a vacillare. Si ricompose imponendosi di mantenere la freddezza.

 

"Viste le circostanze, mia signora, con quale ardire possiamo chiedervi...".

 

"Tutt'altro, mio signore. Viste le circostanze devo fare ogni cosa in mio potere per vendicare l'assassinio del padre dei miei bambini". Una sola lacrima uscì dalla gelida fortezza dei suoi occhi. La asciugò impaziente. "In cambio vi chiedo soltanto di proteggere come potete i miei bambini ormai orfani".

 

Eadwyre si fece più vicino. I suoi occhi brillavano per la commozione. "Con vero piacere, ve lo prometto solennemente, mia coraggiosa e nobile regina. Possano gli dei della nostra amata terra, invero della stessa Tamriel, essermi testimoni".

 

Le sue parole la colpirono in modo insolito e tuttavia profondo. "Vi ringrazio con tutto il cuore e spirito, mio buon sire Eadwyre. Avrete la mia imperitura g-gratitudine, mia dei m-miei bambini...".

 

Barenzia proruppe in un pianto.

 

Non riuscì a dormire quella notte, ma sedette su una poltrona vicino al suo letto con le mani ripiegate sul grembo, meditando profondamente e a lungo nella pallida e cerulea penombra. Non lo avrebbe detto ai bambini, non ancora, non finché non fosse stato necessario.

 

Non ebbe bisogno di chiedere un'altra udienza con l'imperatore. Alle prime luci giunse un invito.

 

Disse ai bambini che doveva assentarsi per qualche giorno, li esortò a non creare problemi alla servitù e li salutò con un bacio. La piccola Morgiah piagnucolò un po'. Si sentiva sola e annoiata nella Città Imperiale. Helseth sembrava imbronciato ma non disse nulla. Somigliava sempre più a suo padre. Suo padre...

 

Nel palazzo imperiale, Barenziah non fu scortata fino al grande salone delle udienze, ma in un piccolo salotto, dove l'imperatore sedeva per una solitaria colazione. S'inchinò in segno di saluto quindi indicò con la mano la finestra. "Magnifica vista, non è vero?".

 

Barenziah guardò fuori oltre le torri della grande città. In lei si fece strada la memoria che quella era la medesima stanza in cui aveva incontrato per la prima volta Tiber Septim, innumerevoli anni or sono. Secoli fa. Tiber Septim, un altro degli uomini che aveva amato. Chi altri aveva amato? Symmachus, Tiber Septim... e Straw. D'un tratto ricordò quel ragazzo robusto dai capelli biondi con intenso affetto. Non l'aveva ancora realizzato, ma un tempo aveva amato Straw. Soltanto aveva evitato che lui capisse i suoi reali sentimenti. Era ancora così giovane allora. Quelli erano stati giorni spensierati, giorni di pura serenità... prima di ogni cosa, prima di tutto questo... prima di... lui. Non Symmachus. L'Usignolo. Ne fu scossa al punto da sorprendersi. Quell'uomo aveva ancora influenza su di lei. Perfino adesso. Perfino dopo tutto quello che era accaduto. Una profonda ondata di crescenti emozioni si fece strada in lei.

 

Quando infine tornò alla realtà, Uriel Septim era svanito... e l'Usignolo sedeva al suo posto.

 

"Tu sapevi", disse con estrema calma esaminando il volto di lei. "Tu sapevi. Lo hai capito subito. Desideravo sorprenderti. Avresti potuto almeno simulare".

 

Barenziah distese le sue braccia, lottando per soffocare il vortice che si agitava nel profondo del suo essere. "Temo che la mia abilità nel simulare non sia affatto pari alla tua, mio caro".

 

Lui trasse un sospiro. "Sei adirata".

 

"Solo un po', devo ammetterlo", rispose acidamente. "Non so tu, ma io ritengo il tradimento alquanto disgustoso".

 

"Proprio come un'umana".

 

Barenziah trasse un profondo respiro. "Cosa vuoi da me?".

 

"Ora stai fingendo". Si alzò fissandola direttamente in volto. "Sai bene cosa voglio da te".

 

"Desideri tormentarmi? Procedi pure. Sono in tuo potere. Ma lascia in pace i miei bambini".

 

"No, no, no! Non è questo che voglio, Barenziah". Si fece più vicino, parlandole sommessamente con la stessa voce carezzevole che un tempo aveva inondato di fremiti tutto il suo corpo. La stessa voce che adesso sortiva ancora il medesimo effetto in quella stanza. "Non capisci? Era l'unico modo". Le sue mani le serrarono le braccia.

 

Barenziah percepì il suo proposito svanire lentamente, il suo disgusto per lui indebolirsi. "Avresti potuto portarmi con te". Spontanee lacrime si raccolsero nei suoi occhi.

 

Lui scosse la testa. "Non ne avevo il potere. Ah, ma adesso, adesso... è diverso! Adesso ho tutto questo. Tutto questo è mio, mio da condividere, mio da offrire... a te". Indicò di nuovo in direzione della finestra e della città che si stendeva là sotto. "Tutta Tamriel è mia e adesso giace ai tuoi piedi... e questo è solo l'inizio".

 

"É troppo tardi. Troppo tardi. Tu mi lasciasti a lui".

 

"Symmachus è morto. Il pezzente è morto. Una manciata di anni... che importanza hanno?".

 

"I bambini...".

 

"Potranno essere adottati da me. E ne avremo altri insieme, Barenziah. Oh, e che bambini meravigliosi che saranno! E come li educheremo! La tua bellezza e la mia magia. Posseggo poteri che neppure hai mai sognato, nemmeno nella tua più selvaggia immaginazione!" Si mosse per baciarla.

 

Lei scivolò dalla sua stretta e si mosse indietro. "Non ti credo".

 

"Mi credi, lo sai. Sei ancora adirata, tutto qui". Sorrise, ma il suo sguardo rimase gelido e immutato. "Dimmi ciò che desideri, Barenziah. Barenziah, mia amata. Dimmelo e sarà tuo".

 

La sua vita le passò davanti agli occhi. Il passato, il presente e il futuro ancora da compiersi. Tempi differenti, vite differenti, differenti Barenziah. Qual era quella vera? Qual era la vera Barenziah? Poiché con quella scelta avrebbe determinato il corso del suo intero destino.

 

E fece la sua scelta. Lei sapeva. Sapeva quale fosse la vera Barenziah e cosa volesse in realtà.

 

"Una passeggiata in giardino, mio caro", disse. "Una canzone o forse due".

 

L'Usignolo rise rumorosamente. "Vuoi essere corteggiata".

 

"E perché no? Lo fai così bene. Inoltre, è trascorso così tanto tempo da quando ne ebbi il piacere".

 

Lui sorrise. "Come desideri, mia Regina Barenziah. Ogni tuo desiderio è un ordine per me". Prese la sua mano e la baciò. "Ora e per sempre".

 

E così trascorsero i loro giorni a corte, passeggiando, conversando, cantando e ridendo insieme, mentre gli affari dell'Impero erano lasciati in mano ai subordinati.

 

"Mi piacerebbe vedere il bastone", disse pigramente un giorno Barenziah. "Ebbi appena il tempo di dargli una fugace occhiata. Ricordi?".

 

L'Usignolo si accigliò un po'. "Niente potrebbe darmi maggiore piacere, delizia del mio cuore. Anche se purtroppo non mi sarà possibile".

 

"Non ti fidi di me", disse Barenziah imbronciata, poi ammorbidì le labbra quando si piegò su di lei per un bacio.

 

"Ciò è assurdo, mia amata. Ovviamente mi fido. Ma il bastone non è qui", disse ridacchiando. "Invero, non si trova in alcun luogo". La baciò di nuovo, più appassionatamente questa volta.

 

"Stai ancora parlando per enigmi. Desidero vederlo. Non puoi averlo distrutto".

 

"Ah. Sei diventata molto saggia dal nostro ultimo incontro".

 

"Sei stato tu a ispirare la mia sete di conoscenza". Si alzò in piedi. "Il Bastone del Caos non può essere distrutto. E neppure può essere allontanato da Tamriel, non senza causare tremende conseguenze sulla terra stessa".

 

"Ahhh. Sono veramente impressionato, mia amata. Corretto. Non è stato distrutto e neppure è stato allontanato dalle terre di Tamriel. Eppure, come dicevo, non si trova in alcun luogo. Riuscirete a risolvere il rompicapo? La trasse a sé e lei si abbandonò nel suo abbraccio. "Nondimeno, ecco un enigma perfino più oscuro", sussurrò. "Come può qualcuno far uno di due? Questo io posso e voglio mostrarti". I loro corpi si fusero, le loro membra s'intrecciarono.

 

Più tardi, quando si separarono ed egli giaceva assopito, Barenziah pensò lievemente assonnata, "Uno di due, due di uno, tre di due, due di tre... Ciò che non poteva essere distrutto o scacciato, poteva essere suddiviso in più parti, forse...".

 

Si alzò in piedi con gli occhi scintillanti e iniziò a sorridere.

 

L'Usignolo teneva un diario. Vi ci scribacchiava sopra annotazioni ogni notte dopo i brevi resoconti dei suoi subalterni. Era chiuso a chiave in uno scrittoio, ma la serratura non era nulla di che. Dopotutto, era stata un membro della Gilda dei Ladri in una vita passata... in un'altra vita... un'altra Barenziah...

 

Una mattina Barenziah riuscì a dare una fugace occhiata al diario mentre lui era intento nella sua toeletta. Scoprì che il primo pezzo del Bastone del Caos era nascosto in un'antica miniera nanesca chiamata Tana di Zanna, sebbene la sua posizione fosse descritta soltanto nel più oscuro dei modi. Il diario era zeppo di annotazioni scribacchiate in una strana stenografia difficile da decifrare.

 

Tutta Tamriel, pensò, nelle sue mani e nelle mie, e forse anche di più... e nondimeno...

 

Nonostante tutto il suo fascino esteriore, un'immensa gelida voragine albergava al posto del suo cuore, un vuoto di cui nemmeno lui era consapevole, pensò. Lo si poteva percepire fugacemente quando il uso sguardo si faceva vuoto e gelido. E tuttavia, sebbene ne avesse una diversa concezione, anch'egli bramava la felicità e l'appagamento. Sogni di un campagnolo, Barenziah pensò, e ancora una volta Straw comparve dinanzi ai suoi occhi, triste e perduto. E poi Therris, con il suo sorriso felino khajiiti. Tiber Septim, possente e solitario. Symmachus! Il forte, imperturbabile Symmachus, che faceva sempre ciò che andava fatto, con grande efficienza e tranquillità. L'Usignolo. L'Usignolo, un enigma e una certezza, oscurità e luce. L'Usignolo, colui che avrebbe regnato su ogni cosa e forse più... e seminato il caos ovunque in nome del suo ordine.

 

Barenziah ottenne, non senza difficoltà, il permesso di allontanarsi da lui per far visita ai suoi bambini, ai quali non aveva ancora detto della morte del padre... e dell'offerta di protezione dell'imperatore. E infine lo fece! Non fu affatto facile. Morgiah si strinse a lei così a lungo da sembrare un secolo, piangendo miserevolmente, mentre Helseth corse lontano nel giardino per restare da solo. E in seguito rifiutò ogni suo tentativo di parlargli del padre o di lasciare che lei lo stringesse al suo petto.

 

Eadwyre chiese della sua vita a palazzo. Lei gli descrisse ciò che aveva scoperto finora, spiegando che intendeva rimanere finché non avesse scoperto tutto il possibile.

 

L'Usignolo la punzecchiò in merito al suo anziano ammiratore. Era consapevole dei sospetti di Eadwyre, eppure non pareva minimamente turbato, poiché invero nessuno avrebbe preso sul serio quel vecchio pazzo. Barenziah riuscì perfino a organizzare una sorta d'incontro di riconciliazione tra i due. Eadwyre ritrattò pubblicamente ogni suo dubbio e il suo "vecchio amico" l'imperatore lo perdonò. In seguito, fu invitato a pranzare con loro almeno una volta alla settimana.

 

Ai bambini piaceva Re Eadwyre, perfino a Helseth, il quale deplorava la relazione di sua madre con l'imperatore che, di conseguenza, detestava. Si faceva sempre più scontroso ed emotivo con il passare dei giorni, e litigava spesso sia con sua madre sia con il suo amante. Neppure Eadwyre era felice di tutto ciò. E l'Usignolo provava un grande piacere nel mostrare apertamente il suo affetto per Barenziah, soltanto per irritare il vecchio re.

 

Non potevano sposarsi, naturalmente, poiché Uriel Septim era già sposato. Perlomeno, non ancora.

 

L'Usignolo aveva esiliato l'imperatrice poco dopo aver preso il posto dell'imperatore, ma non aveva ancora osato toccarla. Le era stato offerto ricovero nel santuario del Tempio dell'Unico. Si diceva che soffrisse di problemi di salute. E alcune voci diffuse dagli agenti dell'Usignolo la descrivevano in preda a turbe mentali. I figli dell'imperatore similmente erano stati trasferiti in varie prigioni, pubblicamente descritte come "scuole", sparse sul territorio di Tamriel.

 

"Peggiora di giorno in giorno", disse l'Usignolo con noncuranza, riferendosi all'imperatrice, mentre guardando i seni gonfi di Barenziah s'inorgogliva di soddisfazione. "Riguardo ai loro figli... Be', la vita è ricca di pericoli, non trovi? Noi saremo presto sposati. Il tuo bambino sarà il mio vero erede".

 

Voleva quel bambino. Barenziah ne era sicura. Era assai meno sicura, tuttavia, dei suoi reali sentimenti verso di lei. Adesso, litigavano di continuo, spesso violentemente. Generalmente a causa di Helseth, che lui voleva spedire lontano in una scuola nell'Isola di Summerset, la provincia più distante dalla Città Imperiale. Barenziah dal canto suo non fece nulla per evitare i loro alterchi. L'Usignolo, dopotutto, non aveva alcun interesse in una vita regolare e priva di turbamenti e, inoltre, gioiva durante il riconciliamento...

 

Occasionalmente Bareziah prendeva con sé i bambini e si ritirava nei vecchi alloggi dichiarando che non desiderava avere più a che fare con lui. Ma l'Usignolo ogni volta tornava per riprendersela e lei glielo consentiva ogni volta. Fu ineffabile, come il sorgere e il tramontare delle lune gemelle di Tamriel.

 

Era ormai incinta di sei mesi quando infine riuscì a decifrare l'ubicazione dell'ultimo pezzo del bastone. Un luogo semplice invero, poiché ogni elfo scuro sapeva dove si trovasse il monte di Dagoth-Ur.

 

In occasione del suo successivo litigio con l'Usignolo, Barenziah lasciò semplicemente la città al fianco di Re Eadwyre dirigendosi con rapidità verso la provincia di High Rock e verso Wayrest. L'Usignolo andò su tutte le furie, ma non c'era molto che potesse fare. I suoi assassini si erano dimostrati alquanto inetti e non osava abbandonare il suo posto di potere per occuparsene di persona. E nemmeno avrebbe potuto dichiarare pubblicamente guerra a Wayrest. Non poteva vantare alcun diritto legittimo su di lei o sul suo bambino non ancora nato. Com'era naturale aspettarsi, la nobilità della Città Imperiale aveva disapprovato la sua relazione con Barenziah, proprio come fece innumerevoli anni or sono con Tiber Septim, e si mostrò assai felice di sapere che se ne era andata.

 

Wayrest si mostrò similmente diffidente nei suoi confronti, ma Re Eadwyre era amato fanaticamente dalla sua piccola prosperosa città-stato e per le sue curiose eccentricità si facevano di buon grado delle concessioni. Barenziah e Re Eadwyre si sposarono un anno dopo la nascita del figlio che lei aveva avuto dall'Usignolo. Nonostante questa spiacevole realtà, Eadwyre si mostrò infatuato di lei e dei suoi bambini. Lei non lo amava, ma le era molto affezionata, e quello era già qualcosa. Era piacevole avere qualcuno e Wayrest era un luogo molto gradevole, ideale per fare crescere i suoi bambini, mentre essi pazientavano, attendendo il loro tempo e pregando perché il Campione riuscisse nella sua missione.

 

Barenziah poteva soltanto sperare che ciò non richiedesse troppo tempo, chiunque in realtà fosse questo sconosciuto Campione. Era un elfo scuro e possedeva tutto il tempo del mondo. Tutto il tempo. Ma non le rimaneva altro amore da offrire, altro odio con cui bruciare. Non le era rimasto altro, nient'altro che dolore e ricordi... e i suoi bambini. Desiderava soltanto far crescere la sua famiglia e offrire loro una vita piacevole. E poter vivere il resto della sua vita. Sebbene non avesse alcun dubbio che sarebbe stata una lunga vita. E per tutta la durata desiderava pace, quiete e serenità per la sua anima e per il suo cuore. Sogni di un campagnolo. Ecco ciò che desiderava. Ecco quello che la vera Barenziah voleva. Ecco qual era la vera Barenziah. Sogni di un campagnolo.

 

Dolce sognare.