La vera Barenziah

Vol. IV

 

di

Anonimo

 

 

Con sconforto osservando i cavalieri di scorta davanti e dietro al corteo e le dame di compagnia al suo seguito in carrozza, Barenziah pensò: "Tutto quello che amavo, l'ho ormai perduto. Ma ho ottenuto potere e ricchezza e la promessa futura di accumularne di più. Potere che ho pagato a caro prezzo. Ora comprendo meglio la brama di potere di Tiber Septim, se ha dovuto spesso pagare un simile prezzo. Poiché il valore per certo si misura con il prezzo da pagare". Per suo desiderio, Barenziah cavalcava una roana dal pelo lucido, bardata come un guerriero con una scintillante cotta di maglia realizzata dagli elfi scuri.

 

I giorni trascorsero con lentezza mentre lei e il suo seguito percorrevano la strada serpeggiante verso oriente, procedendo fino al calar del sole. Attorno, si elevavano gradualmente i ripidi pendii dei rilievi montuosi di Morrowind. L'aria era sottile e il gelido vento del tardo autunno spirava senza tregua. Ma trasportava anche il dolce profumo speziato delle rose nere di tarda fioritura, originarie di Morrowind, che crescevano in ogni recesso o anfratto ombreggiato degli altopiani, trovando nutrimento persino sui crinali e sulle scarpate più sassose. Nei piccoli villaggi e nelle città, la rozza popolazione degli elfi scuri si radunava lungo la strada al suo passaggio per acclamarne il nome o semplicemente ammirarla. Buona parte dei cavalieri di scorta era costituita da Redguard. Soltanto pochi erano elfi alti, nord e bretoni. Mentre la carovana penetrava sempre più nel cuore di Morrowind, provavano un crescente disagio e serravano le fila per motivi difensivi. Persino i cavalieri di razza elfica sembravano guardinghi.

 

Tuttavia Barenziah si sentiva finalmente a casa. Percepiva il caldo benvenuto che la terra le stava porgendo. La sua terra.

 

Symmachus la incontrò al confine di Mournhold con una scorta di cavalieri, di cui la metà erano elfi scuri. In tenuta imperiale da battaglia, notò.

 

Ci fu una solenne parata all'ingresso del corteo reale in città con discorsi di benvenuto dei nobili dignitari.

 

"Ho fatto mettere a nuovo gli appartamenti della regina per voi", le disse poi il generale una volta raggiunto il palazzo, "ma naturalmente siete libera di modificare tutto quello che non gradite". Proseguì descrivendole nei dettagli la cerimonia dell'incoronazione che si sarebbe tenuta entro una settimana. Era come sempre autorevole... ma la donna percepì che c'era qualcos'altro. Desiderava la sua approvazione per le sue disposizioni. Era come se la stesse sollecitando. Era una novità. In passato non aveva mai richiesto i suoi elogi.

 

Non le chiese niente a proposito del soggiorno nella Città Imperiale e della relazione con Tiber Septim. Sebbene Barenziah fosse sicura che Drelliane lo avesse informato, o gli avesse scritto in precedenza, descrivendo tutto nei minimi particolari.

 

La cerimonia in sé, come molte altre cose, fu un miscuglio di vecchio e nuovo. Qualcosa derivava dalle antiche tradizioni degli elfi scuri di Mournhold, altro era imposto dall'etichetta imperiale. Barenziah giurò di servire l'Impero e Tiber Septim così come la terra di Mournhold e la sua gente. Accettò i giuramenti di fedeltà e obbedienza dal popolo, dalla nobiltà e dal consiglio. Quest'ultimo era costituito da un miscuglio di emissari imperiali (chiamati consiglieri) e di nativi rappresentanti del popolo di Mournhold, molti dei quali erano anziani, come da tradizioni elfiche.

 

In seguito Barenziah scoprì che buona parte del suo tempo sarebbe stato occupato nel tentativo di riconciliare le due fazioni e i rispettivi alleati. Gli anziani avrebbero dovuto sostenere buona parte dell'onere della riconciliazione, alla luce delle riforme introdotte dall'Impero in merito al sistema di proprietà delle terre e all'agricoltura. Ma la maggior parte degli anziani ignorò del tutto le nuove riforme degli elfi scuri. Tiber Septim, in nome dell'Unico, aveva decretato una nuova tradizione... e apparentemente persino le divinità avrebbero dovuto rispettarla.

 

La nuova regina si dedicò anima e corpo al suo nuovo lavoro oltre che ai suoi studi. Aveva deciso di chiudere il suo cuore all'amore e agli uomini per un lungo periodo... se non per sempre. Come Symmachus le aveva promesso molto tempo addietro, scoprì che c'erano altri piaceri: quelli della mente e del potere. Sviluppò (sorprendentemente, poiché si era sempre ribellata ai suoi educatori nella Città Imperiale) un amore profondo per la storia e la mitologia degli elfi scuri, un desiderio di conoscere a fondo la gente e le sue origini. Fu estasiata dall'apprendere che erano prodi guerrieri, abili artigiani e astuti maghi da tempi immemori.

 

Tiber Septim visse per un altro mezzo secolo, durante il quale lo incontrò in diverse occasioni dopo essere stata convocata nella Città Imperiale per varie ragioni di stato. La accolse sempre calorosamente durante tali visite ed ebbero lunghi colloqui a proposito degli eventi nell'Impero, quando le opportunità lo permettevano. Sembrava avere completamente dimenticato che un tempo c'era stato qualcos'altro tra loro, oltre un'amicizia sincera e all'alleanza politica. Era cambiato poco con il passare degli anni. Si mormorava che i maghi avessero ideato incantesimi per estenderne la vitalità e che persino l'Unico gli avesse concesso il dono dell'immortalità. Un giorno, un messaggero recò la notizia che Tiber Septim era morto e che il suo primogenito Pelagius era diventato imperatore.

 

La notizia era già stata comunicata in privato a lei e Symmachus. Il suo fedele primo ministro, un tempo generale imperiale, apprese l'informazione con il suo stoico atteggiamento.

 

"Quasi non mi sembra possibile", disse Barenziah.

 

"Ve l'avevo detto. É il destino degli umani. Sono un popolo che non vive a lungo. Ma non importa. Il suo potere sopravvive nelle mani di suo figlio".

 

"Lo consideravate vostro amico una volta. Non provate niente? Nessun dolore?".

 

Scrollò le spalle. "Un tempo era per voi qualcosa di più. Provate qualcosa, Barenziah?". Da molto tempo, quando si trovavano in privato, avevano smesso di usare i loro titoli ufficiali.

 

"Vuoto. Solitudine", disse, poi anche lei scrollò le spalle. "Ma questi sentimenti non mi sono nuovi".

 

"Esatto", rispose dolcemente prendendole la mano. "Barenziah...". Le girò delicatamente il viso e la baciò.

 

Quel gesto la riempì di stupore. Non ricordava altre volte in cui lui l'avesse sfiorata prima di allora. Non l'aveva mai considerato in quel modo... e tuttavia, innegabilmente, un antico, familiare calore avvolse tutta la sua persona. Si era dimenticata quanto la sollevasse, quel genere di calore. Non il calore ardente che aveva provato con Tiber Septim, ma quello confortante e forte che, per qualche strana ragione, associava a... a Straw! Straw. Povero Straw. Era da così tanto tempo che non pensava a lui. Avrebbe avuto circa cinquanta anni se fosse stato ancora vivo. Probabilmente con una dozzina di bambini, pensò con tenerezza... e una moglie affettuosa che forse avrebbe potuto parlare per entrambi.

 

"Sposatemi, Barenziah", stava dicendo Symmachus, come se avesse intuito i suoi pensieri sul matrimonio, sui bambini... sulle mogli. "Ho lavorato, tribolato e aspettato abbastanza, non credete?".

 

Matrimonio. Un contadino con sogni di contadino. Quel pensiero le attraversò la mente, chiaro e spontaneo. Non aveva forse usato quelle stesse parole per descrivere Straw tanto tempo prima? E in fondo, perché no? Se non Symmachus, chi altro?

 

Molte delle grandi famiglie nobili di Morrowind erano state eliminate durante la grande guerra di unificazione voluta da Tiber Septim, prima del trattato. Il governo degli elfi scuri era stato ristabilito, vero, ma non il vecchio governo, non la vera nobiltà. Buona parte di loro erano divenuti nobili improvvisamente come Symmachus, ma non avevano neppure la metà del suo valore o dei suoi meriti. Aveva combattuto per mantenere il regno di Mournhold integro e florido quando i cosiddetti consiglieri lo avrebbero spolpato e ridotto all'osso, proprio come avevano fatto con Ebonheart. Aveva combattuto per Mournhold, combattuto per lei, mentre lei e il regno crescevano e prosperavano. Sentì un improvviso senso di gratitudine e affetto innegabile. Era saldo e affidabile. E le era stato fedele. E la amava molto.

 

"Perché no?", disse sorridendo. Gli prese la mano. E lo baciò.

 

Fu una buona unione, sia sotto il profilo politico sia sotto quello personale. Mentre il primogenito di Tiber Septim, l'Imperatore Pelagius I, la considerava ancora con sospetto, la sua fiducia nel vecchio amico di suo padre era assoluta.

 

Symmachus, tuttavia, era ancora visto con sospetto dagli ostinati cittadini di Morrowind, diffidenti del suo antico passato di contadino e i suoi stretti legami con l'Impero. Ma la regina era estremamente popolare. "Lady Barenziah è una di noi", si sussurrava, "e ha sofferto la prigionia come noi".

 

Barenziah era felice. C'era lavoro e c'era anche piacere, che cosa si poteva chiedere di più dalla vita?

 

Gli anni trascorsero rapidamente, con crisi da fronteggiare e tempeste, carestie, fallimenti da superare, congiure da sventare e cospiratori da giustiziare. Mournhold prosperò costantemente. La sua gente era sicura e sfamata, le miniere e fattorie erano in piena attività. Tutto andare per il meglio. L'unico neo era che dal loro matrimonio non erano ancora nati dei bambini. Niente eredi. I figli degli elfi non vengono alla luce facilmente ed è necessario desiderare molto la loro nascita. E i figli delle famiglie nobili richiedono perfino più degli altri. Quindi trascorsero molti decenni prima che iniziassero a preoccuparsi del problema.

 

"É colpa mia, Symmachus. Sono come merce danneggiata", disse Barenziah con amarezza. "Se desideri trovare qualcun'altra...".

 

"Non desidero nessun'altra", disse Symmachus gentilmente, "e nemmeno potrei affermare per certo che sia colpa tua. Forse il problema sono io. Sì. Comunque sia. Cercheremo una cura. Se c'è un problema, dev'esserci una soluzione".

 

"Come? Quando neppure osiamo confidare a qualcuno la nostra vera storia? I giuramenti dei guaritori non sempre vengono mantenuti".

 

"Poco importa se cambiamo un po' il tempo e le circostanze. Qualunque cosa diciamo o manchiamo di dire, non sfuggirà a Jephre il Cantastorie. La mente creativa del dio e la sua lingua tagliente sono sempre impegnate a diffondere voci e pettegolezzi".

 

Preti, guaritori e maghi andarono e vennero innumerevoli, ma ogni loro preghiera, pozione e filtro non produsse neppure la promessa di un bocciolo, tanto meno di un frutto. Infine rimossero quel desiderio dalle loro menti e l'affidarono al volere degli dei. Erano ancora giovani, secondo la vita degli elfi, e avevano ancora secoli davanti a loro. C'era ancora tempo. Con gli elfi c'era sempre tempo. Barenziah sedeva a cena nel grande salone, martoriando il cibo nel piatto, annoiata e agitata. Symmachus era lontano, poiché era stato convocato nella Città Imperiale dal pronipote di Tiber Septim, Uriel Septim. O era il suo pro-pronipote? Comprese di averne perso il conto. I loro volti sembravano confondersi uno nell'altro. Forse sarebbe dovuta andare con lui, ma c'era stata la visita della delegazione da Tear per discutere di un seccante problema che, nondimeno, richiedeva d'esser gestito con discrezione.

 

Un bardo stava cantando in un padiglione fuori dal salone, ma Barenziah non lo ascoltava. Ultimamente tutte le canzoni le sembravano noiosamente uguali, sia vecchie sia nuove. Improvvisamente una strofa catturò la sua attenzione. Parlava di libertà, avventura, di liberare Morrowind dalle sue catene. Come osava! Barenziah si alzò in piedi e si volse per lanciargli un'occhiata. Per giunta, comprese che stava cantando di una qualche antica guerra, ora dimenticata, combattuta con i nord di Skyrim, elogiando l'eroismo di Re Edward e di Re Moraelyn e i loro impavidi compagni. Quella leggenda era, in verità, piuttosto vecchia e tuttavia quella canzone era nuova... e il suo significato... Barenziah non poteva esserne certa.

 

Un tipo sfrontato, quel bardo, ma con una voce forte e passionale e con un buon orecchio per la musica. Era anche piuttosto attraente, sebbene in un modo non convenzionale. Dall'aspetto non sembrava essere benestante e nemmeno particolarmente giovane. Certamente non poteva avere meno di un centinaio d'anni. Perché non lo aveva mai sentito prima o almeno non ne aveva mai sentito parlare?

 

"Chi è?", domandò alla sua dama di compagnia.

 

La donna scrollò le spalle e disse: "Si fa chiamare l'Usignolo, mia signora. Nessuno sembra sapere niente di lui". "Ditegli che gli voglio parlare quando ha finito".

 

L'uomo chiamato l'Usignolo si recò da lei, ringraziando per l'onore di quell'udienza con la regina e per la sostanziosa borsa che lei gli diede. I suoi modi non erano affatto da sfacciato, constatò, anzi erano piuttosto gentili e modesti. Era piuttosto abile e veloce riguardo ai pettegolezzi altrui, ma non riuscì a scoprire niente sul suo conto. Eludeva ogni domanda con risposte scherzose o storielle licenziose. Tuttavia erano raccontate in modo così affascinante che era impossibile offendersi.

 

"Il mio vero nome? Mia signora, io sono nessuno. No, no, i miei genitori mi chiamarono Pallido Ricordo... o forse Nessun Amico? Che importanza ha? Non importa. Come possono i genitori dare un nome a ciò che non conoscono? Ah! Credo che il nome fosse Estraneo. Sono stato l'Usignolo talmente a lungo che non ricordo nemmeno da quando. Forse, oh, dal mese scorso almeno... o forse era la settimana scorsa? Vedete mia signora, tutti i miei ricordi finiscono in canzoni e storie. Non rimane nulla per me. Sono piuttosto monotono. Dove sono nato? Perché? Non so. Desidero stabilirmi a Monotono-vagar quando vi arriverò... ma non ho fretta".

 

"Capisco. E allora sposerete Infincertezza?".

 

"Molto perspicace da parte vostra, mia signora. Forse, forse. Sebbene talvolta penso che anche Dubbioperenne sia piuttosto affascinante".

 

"Ah. Siete quindi volubile?".

 

"Come il vento, mia signora. Soffio di qua e di là, sono caldo e freddo, a seconda di come si addice alle circostanze. La probabilità è il mio abito. Nient'altro mi si addice".

 

Barenziah sorrise. "Allora restate con noi per un po'... se desiderate, mio signore Erratico".

 

"Come desiderate, mia signore Splendore".

 

Dopo quel breve scambio di battute Barenziah sentì che il suo interesse nella vita era, in qualche modo, rinnovato. Tutto quanto gli era sembrato monotono e stantio ora gli appariva sotto una nuova luce. Salutava ogni giorno con entusiasmo, attendendo con ansia il momento in cui avrebbe conversato con l'Usignolo e gradito il dono del suo canto. Diversamente dagli altri bardi, non aveva mai cantato le sue lodi, né quelle di altre donne. Le sue canzoni narravano soltanto di nobili avventure e imprese ardite.

 

Quando lei le chiese ragione di ciò, lui replicò: "Quale migliore elogio alla vostra bellezza potreste chiedere mia signora, se non quello che il vostro specchio vi dona? E se anche vi fossero parole per voi, dovrebbero esser cantate dai più grandi poeti, non certo da un inesperto come me. Come potrei competere con loro, io che sono nato soltanto una settimana fa?".

 

Per una volta si trovavano a parlare in privato. La regina, non riuscendo a dormire, lo aveva convocato nella sua camera con la speranza che la sua musica potesse calmarla. "Siete pigro e codardo. Tessete le mie lodi o non riuscite ad affascinarmi".

 

"Mia signora, per elogiarvi dovrei conoscervi. Siete avvolta nel mistero, in nubi incantate". "No, non è vero. Le vostre parole sono come onde incantate. Le vostre parole... e i vostri occhi. E il vostro corpo. Conoscetemi se volete. Conoscetemi se osate".

 

Le si avvicinò. Si distesero l'uno vicino all'altra, si baciarono, si abbracciarono. "Nemmeno Barenziah conosce veramente Barenziah", bisbigliò dolcemente. "Come potrei io? Mia signora, voi cercate quello che non conoscete e non sapete cosa desiderate cercare. Che cosa vorreste avere che non avete già?".

 

"Passione", rispose lei. "Passione. E figli nati da tale passione".

 

"E per i vostri figli, cosa? Che diritto di nascita vorreste che avessero?".

 

"Libertà", disse, "di essere quello che vogliono. Ditemi, voi che sembrate essere il più saggio per questi occhi e orecchie e per l'anima a cui sono congiunti. Dove posso trovare queste cose?".

 

"Una si trova vicino a voi, l'altra sotto di voi. Ma osereste tendere la vostra mano e prendere quello che potrebbe essere vostro e dei vostri figli?".

 

"Symmachus...".

 

"Nella mia persona si trova la risposta a una parte di ciò che state cercando. L'altra si trova nascosta sotto di noi nelle miniere del vostro stesso regno. Ciò che darà a noi il potere di adempiere e di realizzare i nostri sogni. Quella stessa cosa che Edward e Moraelyn uniti usarono per liberare High Rock e i loro spiriti dall'odioso dominio dei nord. Se usata correttamente, mia signora, nessuno potrà mai levarsi contro di essa, neppure il potere dell'imperatore stesso. Libertà, voi dite? Barenziah, vi donerà libertà dalle catene che vi legano. Pensateci, mia signora". La baciò di nuovo delicatamente e se ne andò.

 

"Non ve ne starete andando...?!?", gridò. Il suo corpo fremeva per lui.

 

"Per ora", disse. "I piaceri della carne non sono niente a confronto di ciò che potremo ottenere insieme. Vorrei che pensaste a quanto vi ho appena detto".

 

"Non ho bisogno di pensare. Cosa dobbiamo fare? Quali preparativi sono necessari?".

 

"Mmm... nessuno. Non si ha libero accesso alle miniere, questo è vero. Ma con la regina al mio fianco, chi mai oserebbe opporsi? Una volta entrati, posso guidarvi fin dove si trova questa cosa e sollevarla dal luogo in cui giace".

 

Il ricordo di qualcosa che aveva letto durante i suoi interminabili studi, balzò nella sua mente. "Il Corno dell'Evocazione", bisbigliò con timore reverenziale. "É dunque vero? Esiste? Come fate a saperlo? Ho letto che è sepolto nelle profondità delle infinite caverne di Daggerfall".

 

"Tutt'altro, ho studiato a lungo la questione. Prima della sua morte, Re Edward affidò il corno al suo vecchio amico, Re Moraelyn. A sua volta, lo nascose a Mournhold sotto la protezione del dio Ephen, che qui nacque e regnò. Ora sapete tutto quello che a me è costato molti anni di studio e viaggi innumerevoli prima di scoprirlo". "Ma il dio? Che ne è stato di Ephen?".

 

"Fidatevi di me, mia signora. E tutto andrà bene". Ridendo sommessamente le mandò un ultimo bacio e se ne andò.

 

Al mattino superarono le guardie, presso i grandi portali che conducevano alle miniere e proseguirono oltre. Con il pretesto del suo consueto giro d'ispezione, Barenziah, con la sola compagnia dell'Usignolo, si avventurò nei sotterranei, passando di caverna in caverna. Infine raggiunsero quella che sembrava una via d'accesso dimenticata e sigillata. Attraversandola, compresero che conduceva a un'antica zona di lavoro, abbandonata da molto. Il percorso era alquanto insidioso, poiché alcune delle vecchie impalcature erano crollate, e furono costretti ad aprirsi un passaggio attraverso le macerie, o a trovare una via alternativa per aggirare le pile più impenetrabili. Luridi ratti e ragni di enormi dimensioni vagavano qua e là, talvolta persino tentando di attaccarli.

 

Ma non rappresentarono un problema per gli incantesimi dei dardi di fuoco di Barenziah o per il lesto pugnale dell'Usignolo.

 

"Siamo qui da troppo", disse infine Barenziah. "Ci staranno cercando ormai. Come lo giustifico?".

 

"Come volete", disse l'Usignolo ridendo. "Siete voi la regina, o no?".

 

"Lord Symmachus...".

 

"Quel contadino obbedisce a chiunque abbia il potere. L'ha sempre fatto e sempre lo farà. Dovremmo avere noi il potere, mia amata signora". Le sue labbra erano come il più dolce dei vini, il suo tocco fuoco e ghiaccio allo stesso tempo.

 

"Ora", disse, "prendetemi ora. Sono pronta". Il suo corpo sembrò fremere, con nervi e muscoli tirati.

 

"Non ancora. Non qui, non così". Agitò la mano indicando le antiche e polverose macerie e le oscure pareti di roccia. "Ancora poco". Riluttante, Barenziah acconsentì con un cenno del capo. Ripresero il cammino.

 

"Qui", disse lui infine, fermandosi davanti a una barriera sgombra. "É qui che giace". L'uomo tracciò una runa sulla polvere, mentre con l'altra mano formulava un incantesimo.

 

La parete si dissolse, rivelando l'ingresso di un antico santuario. Al suo centro si trovava la statua di un dio, con in mano un martello che poggiava su un'incudine adamantina.

 

"Per il mio sangue, Ephen", gridò l'Usignolo, "Ti ordino di svegliarti! Sono l'erede di Moraelyn di Ebonheart, l'ultimo della stirpe regale, tuo consanguineo. Per la salvezza di Morrowind, per il regno degli elfi la cui anima stessa è in terribile pericolo, consegnami il tesoro che custodisci! Te lo ordino, svegliati!".

 

A quelle sue ultime parole la statua s'illuminò e prese vita, gli occhi di candida pietra brillarono di rosso acceso. Annuì con un cenno della possente testa, quindi il martello colpì l'incudine e la mandò in pezzi con un frastuono tale che lo stesso dio di pietra si sgretolò. Barenziah si portò le mani alle orecchie e si accovacciò, tremando terribilmente e gemendo ad alta voce.

 

L'Usignolo si avvicinò coraggiosamente ed estrasse ciò che giaceva fra le macerie con un'esclamazione di estasi. Lo sollevò in alto.

 

"Arriva qualcuno!", gridò Barenziah allarmata. Poi realizzò per la prima volta quello che stringeva fra le mani. "Aspettate, quello non è il corno, è... è un bastone!".

 

"In effetti, mia signora. Finalmente capite!". L'Usignolo rise forte. "Perdonatemi, mia dolce signora, ma ora devo abbandonarvi. Forse un giorno ci incontreremo ancora. Fino ad allora... Ah, fino ad allora, Symmachus", disse alla figura in armatura che apparve alle loro spalle, "è tutta vostra. Potete reclamarla".

 

"No!", gridò Barenziah. Balzò in piedi e corse verso di lui, ma era sparito. Svanito nel nulla... nell'istante in cui Symmachus, con la spada sguainata, lo raggiunse. La sua lama sferrò un solo colpo fendendo l'aria. Quindi rimase immobile, come a voler prendere il posto del dio di pietra.

 

Barenziah non disse nulla, non udì nulla, non vide nulla... non sentì nulla...

 

Alla mezza dozzina di elfi che lo avevano seguito, Symmachus disse che l'Usignolo e la Regina Barenziah si erano persi ed erano stati attaccati dai ragni giganti. Che l'Usignolo aveva messo un piede in fallo ed era precipitato in un crepaccio, nel quale era rimasto sepolto, e che il suo corpo non era stato ritrovato. Aggiunse che la regina era terribilmente scossa dall'accaduto e si disperava per la perdita dell'amico, caduto in sua difesa. Tale era l'imponenza e il potere di Symmachus che gli indolenti cavalieri, nessuno dei quali aveva la più pallida idea di cosa fosse accaduto, si convinsero che i fatti stessero effettivamente così.

 

La regina venne scortata a palazzo e condotta nella sua stanza, dove congedò i suoi servitori. Sedette immobile davanti allo specchio per molto tempo, incredula, talmente sconvolta da non riuscire nemmeno a piangere. Symmachus rimase immobile a guardarla.

 

"Avete solo una vaga idea di ciò che avete appena fatto?", chiese infine l'uomo... con tono gelido e distaccato.

 

"Avreste dovuto dirmelo", sussurrò Barenziah. "Il Bastone del Caos! Non avrei mai immaginato che si trovasse là. Mi ha detto... che...". Un lamento le uscì dalle labbra mentre si piegava su se stessa in preda alla disperazione. "Oh, cosa ho mai fatto? Cosa ho fatto? Che accadrà ora? Che ne sarà di me? Di noi?".

 

"Lo amavate?".

 

"Sì. Sì, sì, sì! Oh mio Symmachus, che gli dei abbiano pietà di me, ma io l'amavo. L'amavo. Ma ora... ora... Non so... Non sono sicura... Io...".

 

Il viso duro di Symmachus si rilassò leggermente e i suoi occhi brillarono di una nuova luce, ed egli sospirò. "É già qualcosa. Diventerete ancora madre se ciò sarà in mio potere. Per il resto... Barenziah, mia cara Barenziah, temo che abbiate scatenato una tempesta sulla vostra terra. Tuttavia occorrerà tempo prima che si scateni. Ma quando sarà il momento, l'affronteremo insieme. Come abbiamo sempre fatto".

 

Poi le si avvicinò, le tolse le vesti e la fece coricare a letto. In preda allo sconforto e al desiderio, il corpo debilitato di lei rispose al suo vigore come mai prima d'ora, riversando su di lui tutto ciò che l'Usignolo aveva risvegliato in lei. E così facendo placò gli inquieti fantasmi del rimorso per ciò che aveva distrutto.

 

Si sentiva vuota e senza spirito. Poi si sentì di nuovo colma di vita, poiché un figlio stava crescendo nel suo grembo. Mentre il figlio cresceva nel suo ventre, così crescevano i suoi sentimenti nei confronti del paziente, fedele e devoto Symmachus, consolidati in una lunga amicizia e in un profondo affetto... e che adesso, infine, avevano raggiunto la completezza di un vero amore. Otto anni più tardi furono nuovamente benedetti, questa volta con il dono di una figlia.

 

Subito dopo il furto del Bastone del Caos da parte dell'Usignolo, Symmachus aveva inviato segreti comunicati urgenti a Uriel Septim. Non si era recato personalmente, come era solito fare, preferendo rimanere accanto a Barenziah durante il periodo di gestazione per concepire il figlio con lei. Per quella ragione e per il furto stesso, si attirò la momentanea inimicizia e gli ingiusti sospetti di Uriel Septim. Furono inviate delle spie alla ricerca del ladro, ma l'Usignolo sembrava essere svanito per tornare da dove era venuto... ovunque fosse.

 

"In parte elfo scuro, forse", disse Barenziah, "ma in parte anche con sembianze umane, suppongo. Altrimenti non avrei potuto raggiungere così velocemente la fertilità".

 

"In parte elfo scuro, questo è certo, e dell'antica stirpe Ra'athim, altrimenti non sarebbe riuscito a liberare il bastone", argomentò Symmachus. Si volse e la fissò. "Non credo che avrebbe giaciuto con voi. In quanto elfo, non avrebbe osato, poiché non sarebbe più stato capace di separarsi". Sorrise. Poi assunse di nuovo un'espressione seria. "Ah! Sapeva che era il bastone a essere nascosto laggiù, non il corno, e che avrebbe dovuto teletrasportarsi per salvarsi. Il bastone non è un'arma che avrebbe potuto salvarlo, diversamente dal corno. Siano ringraziati i divini, che il corno non è nelle sue mani! A quanto sembra, è andato tutto come aveva previsto... ma come faceva a saperlo? Io stesso nascosi il bastone in quel punto, con l'aiuto dell'ultimo discendente del clan Ra'athim, che risiede ora sul trono del Castello di Ebonheart, come ricompensa. Tiber Septim reclamò il diritto sul corno, ma lasciò il bastone in custodia. Ahimè. Ora l'Usignolo potrà usare il bastone per spargere il seme della discordia e del dissenso ovunque andrà, se lo desidera. Tuttavia ciò non sarà sufficiente a garantirgli il potere. Esso risiede infatti nel corno e nella capacità di usarlo". "Non sono così sicura che sia il potere ciò che l'Usignolo cerca", disse Barenziah.

 

"Tutti bramano il potere", disse Symmachus, "ognuno a suo modo".

 

"Non io", rispose lei. "Io, mio signore, ho trovato ciò che cercavo".