Il Principe Mendicante

La storia di Wheedle

e dei doni del Lord daedrico

Namira

 

 

Siamo soliti tenere in scarsa considerazione i mendicanti dell'Impero. Queste anime perdute sono i poveri e gli sventurati di ogni terra. Ogni città ha i propri mendicanti. Molti di loro sono talmente poveri che possiedono soltanto gli abiti che indossano. Mangiano gli avanzi che siamo soliti gettare via. Lanciamo loro una moneta in modo da non dover pensare troppo a lungo alle loro misere condizioni.

 

Immaginate quindi la mia sorpresa quando sentii la leggenda del Principe Mendicante. Non avevo la minima idea di come potesse presentarsi un principe dei mendicanti. La leggenda è questa. La storia è ambientata nella Prima Era, quando gli dei camminavano simili a uomini e i daedra percorrevano liberamente le regioni selvagge. Risale a un periodo antecedente all'epoca in cui quei mostri furono tutti relegati nell'Oblivion.

 

Vi era allora un uomo di nome Wheedle. O forse era una donna. La storia fa il possibile per omettere il suo sesso. Wheedle era il tredicesimo figlio di un re di Valenwood. Come tale, non aveva alcun diritto al trono e nemmeno poteva sperare di ereditare molte delle proprietà o del patrimonio di famiglia.

 

Lasciò il palazzo per cercare la fortuna e la gloria. Dopo molte settimane di strada tra foreste interminabili e minuscoli villaggi, Wheedle incontrò tre uomini che stavano circondando un mendicante. Il mendicante era fasciato di stracci dalla testa ai piedi tanto che nessuna parte del suo corpo era visibile. Quegli uomini erano decisi a uccidere il vagabondo.

 

Con un grido di rabbia e indignazione, Wheedle si avventò sugli uomini brandendo la spada. Essendo semplici villani armati soltanto di forconi e falci, fuggirono immediatamente alla vista di quella figura in armatura con la spada scintillante sguainata.

 

"Vi ringrazio di cuore per avermi salvato", disse ansimando il mendicante sepolto in quell'ammasso di stracci fetidi. Wheedle riusciva a stento a resistere al fetore.

 

"Sventurato, qual è il tuo nome?", gli chiese Wheedle.

 

"Mi chiamo Namira".

 

Diversamente dai villani, Wheedle era ben istruito. Forse per loro quel nome non aveva significato, ma per Wheedle era un'opportunità.

 

"Siete un signore daedrico!", esclamò Wheedle. "Perché avete lasciato che quegli uomini vi tormentassero? Avreste potuto trucidarli tutti con un sussurro".

 

"Sono lieto di vedere che mi conoscete", disse Namira con voce stridente. "Subisco spesso ingiurie dai paesani. Mi fa piacere essere riconosciuto per i miei talenti e per il mio nome".

 

Wheedle sapeva che Namira era il signore daedrico di tutte le cose immonde e disgustose. Le malattie come la lebbra o la cancrena erano il suo dominio. Dove altri avrebbero visto il pericolo, Wheedle vide un'opportunità.

 

"Oh grande Namira, fate di me un apprendista. Vi chiedo soltanto di concedermi poteri tali da far la mia fortuna e forgiare il mio nome perché viva per sempre attraverso le ere".

 

"Mi spiace, ma vago solitario per il mondo e non ho alcun bisogno di un apprendista".

 

Namira s'incamminò lungo la strada trascinando i piedi. Ma Wheedle non demorse. Con un balzo fu subito alle calcagna di Namira, supplicandolo perché accettasse la sua richiesta di apprendistato. Per trentatré giorni e trentatré notti tentò di convincerlo. Namira taceva, ma le suppliche di Wheedle proseguirono incessanti. Finché il trentatreesimo giorno la sua voce era ormai troppo rauca per parlare.

 

Namira si volse indietro verso quella figura improvvisamente silenziosa. Wheedle giaceva in ginocchio nel fango ai suoi piedi, con le mani aperte in segno di supplica.

 

"A quanto pare avete completato il vostro apprendistato con me, dopotutto", dichiarò Namira. "Esaudirò la vostra richiesta".

 

Wheedle esplose di gioia.

 

"Vi concedo il potere della malattia. Voi potrete scegliere di essere afflitto da qualunque malattia desideriate cambiandola a vostro piacimento, fino a mostrarne i sintomi visibili. Tuttavia dovrete sempre sopportarne almeno una".

 

"Vi concedo il potere della pietà. Potrete suscitare pietà in chiunque vi veda".

 

"Infine, vi concedo il potere dell'indifferenza. Potrete indurre gli altri a ignorare la vostra presenza".

 

D'un tratto Wheedle rimase inorridito. Non erano doni per costruirsi una fortuna. Erano maledizioni, ciascuna orrenda se prese singolarmente, e inconcepibili in gruppo.

 

"Come faccio a costruirmi la mia fortuna e a farmi un nome con dei doni così terrificanti?".

 

"Come avete mendicato ai miei piedi per trentatré giorni e trentatré notti, così mendicherete per costruire la vostra fortuna nelle città degli uomini. Il vostro nome diverrà leggendario tra tutti i mendicanti di Tamriel. La storia di Wheedle, il Principe Mendicante, sarà tramandata attraverso le generazioni".

 

E fu come Namira aveva predetto. Wheedle fu un mendicante irresistibile. Nessuno poteva vedere quello sventurato senza desiderare ardentemente di lanciare una moneta verso la sua figura rannicchiata. Wheedle scoprì anche che il potere dell'indifferenza gli offriva un facile accesso ai segreti del regno. Le persone chiacchieravano incuranti di argomenti di grande importanza, dove lui poteva ascoltarle, finché non imparò tutto quello che c'era da sapere su ogni cittadino del regno.

 

Ai giorni nostri, si dice che per sapere veramente qualcosa, bisognava rivolgersi ai mendicanti. Hanno occhi e orecchie in tutte le città e conoscono ogni piccolo segreto delle vite quotidiane dei loro abitanti.