Il Canto del Veleno

Libro VI

 

di

Bristin Xel

 

 

La magnifica roccaforte di Indoranyon era illuminata dal tramonto. Il comandante Jasrat la osservava sparire lentamente all'orizzonte, mentre guidava la carovana verso sud-ovest. Non era abituato a condurre un'operazione notturna, ma ciò che stava affrontando era ancora più strano. Aveva solo settant'anni, pochi, per un bosmer, eppure si sentiva appartenere a un'altra era.

 

Conosceva la zona orientale di Vvardenfell da tutta la vita. Ogni foresta, ogni giardino, ogni più piccolo villaggio fra la Montagna Rossa e il Mare dei Fantasmi erano stati la sua casa. Ormai era tutto diverso: l'eruzione e l'anno della Morte del Sole avevano stravolto il mondo fino a renderlo irriconoscibile. Viaggiare di notte era diventato più pericoloso, ma gli era stato ordinato di correre il rischio.

 

La fossa di cenere apparve all'improvviso. Se un esploratore dalla vista acuta non l'avesse scorta e lanciato l'allarme, avrebbe inghiottito l'intera carovana. Jasrat imprecò. Non era sulla mappa, ma questo non lo stupiva.

 

Era un'enorme solco senza nome che si estendeva ben oltre il campo visivo. Il comandante considerò le varie opzioni. Avrebbe potuto guidare la carovana a sud-est, verso Tel Aruhn, quindi tentare un approccio da ovest. Mentre consultava la mappa, notò il bagliore di un falò in lontananza. Accompagnato dai suoi luogotenenti, Jasrat guidò il suo guar in avanti per indagare. Sembrava trattarsi di due abitanti delle Terre di Cenere: un uomo e una donna.

 

"Questo non è più il vostro regno", gridò. "Non sapete che è stato conquistato dal Tempio e che queste terre ora appartengono alle casate?".

 

La coppia si rialzò e iniziò ad allontanarsi lentamente, verso uno stretto crinale fra la collina e la fossa di cenere. Jasrat li richiamò.

 

"Sapete come aggirare la fossa?", chiese. I due annuirono, senza alzare gli occhi da terra. Jasrat fece un segnale alla carovana. "Allora guidateci".

 

Il passaggio era pericoloso e tortuoso, quasi troppo stretto per i guar. I carri strusciavano contro le pareti per evitare la fossa di cenere. Mentre guidavano la carovana, i due abitanti delle Terre di Cenere mormorarono qualcosa fra di loro.

 

"Cosa avete da borbottare, n'wah?", gridò Jasrat.

 

L'uomo non si voltò. "Io e mia sorella stavamo parlando della rivolta dei Dagoth. Secondo lei state portando armi alla roccaforte di Falensarano. Per questo preferite attraversare la fossa di cenere, invece che passare per una strada".

 

"Avrei dovuto saperlo", disse Jasrat, ridendo. "Voi delle Terre di Cenere sperate sempre che capiti qualche guaio alle casate e al Tempio. Spiacente di deludervi, ma quella di cui parlate non è una rivolta. A malapena si tratta di qualche isolato... inconveniente. Dillo a tua sorella!".

 

Mentre avanzavano a fatica, il crinale si assottigliava sempre di più. I due abitanti delle Terre di Cenere trovarono un basso crepaccio frastagliato fra le colline, una fessura in una liscia colata di lava antecedente la Morte del Sole. La carovana, nel suo avanzare, scalfiva le pareti di roccia. Il comandante Jasrat, dopo vent'anni d'incertezza in una terra che non capiva, sentì guizzare nuovamente il suo vecchio istinto. "Questo", si disse, "è il posto perfetto per un'imboscata".

 

"Voi due, quanto manca?", gridò.

 

"Siamo arrivati", rispose Dagoth Tython e diede il segnale.

 

In pochi minuti, così come previsto fin dall'inizio, l'attacco era terminato. Quando l'ultimo cadavere delle guardie della casata sprofondò nella fossa di cenere, il carico della carovana fu rivelato. Era meglio di quanto sperassero. In sostanza, c'era tutto quello che serviva alla ribellione: spade daedriche, decine di armature, faretre piene di frecce d'ebano e razioni sufficienti per settimane.

 

"Aspettami all'accampamento", disse Tython, sorridendo alla sorella. "Io condurrò la carovana. Dovremmo raggiungerti fra poche ore".

 

Acra lo baciò appassionatamente e tracciò il segno del Richiamo. Un istante dopo, era nella sua tenda. Tutto era esattamente come l'aveva lasciato. Mormorando il Canto, si spogliò degli stracci da abitante delle Terre di Cenere e scelse una tonaca trasparente da uno dei suoi bauli. Esattamente il tipo di abito che Tython avrebbe voluto vederle indossare al suo ritorno.

 

Chiamò la sua serva: "Muorasa! Raduna le truppe! Molto presto, Tython e gli altri saranno qui con tutte le armi e le provviste di cui abbiamo bisogno!".

 

"Muorasa non può sentirti", disse una voce che Acra non udiva da settimane. Si voltò, cancellando abilmente dal viso qualsiasi traccia di stupore. Era Indoril Baynarah, ma non la creatura tremante che aveva incontrato durante il massacro di casa Sandil. Davanti a lei c'era una guerriera corazzata, che parlava con tono sicuro e sprezzante. "Anche volendo, non potrebbe radunare le truppe. Avrai pure armi e provviste, Acra, ma non c'è più nessuno a cui distribuirle".

 

Dagoth Acra eseguì il segno dei Richiamo, ma non accadde nulla.

 

Baynarah sorrise. "Appena ti abbiamo sentito trafficare nella tenda, i miei maghi da battaglia hanno lanciato un incantesimo per annullare ogni magicka", disse, dopodiché aprì l'ingresso della tenda e fece entrare una decina di soldati delle casate. "Non andrai da nessuna parte".

 

"Se credi che mio fratello cadrà nella tua trappola, sottovaluti la sua devozione al Canto", sogghignò Acra. "Gli dice tutto quello che deve sapere. L'ho convinto a non combatterlo più e a lasciarsi guidare verso la vittoria finale".

 

"Lo conosco da molto più tempo di te", rispose gelida Baynarah. "Quello che voglio è sapere cosa il Canto sta dicendo a TE. Voglio sapere dove posso trovare Tay".

 

"Tython, mia signora", la corresse Acra. "Non è più uno schiavo della tua casata e delle bugie del Tempio. Puoi torturarmi quanto vuoi, ma credimi: la prossima volta che lo vedrai, sarà per SUA volontà e non tua. E quel giorno, tu morirai".

 

"Non preoccuparti, serjo", disse la lama notturna di Baynarah, strizzando l'occhio.

 

"Dicono tutti che non cederanno alla tortura... ma alla fine cedono tutti".

 

Baynarah uscì dalla tenda. Sapeva che era uno degli aspetti della guerra, ma non avrebbe provato alcun piacere ad assistervi. Non riusciva a guardare nemmeno i soldati della casata mentre smaltivano i cadaveri dei ribelli. Nelle settimane all'inseguimento di Tython e Acra, assistendo a un massacro dopo l'altro, aveva sperato di diventare insensibile alla vista del sangue. Per lei non faceva alcuna differenza che i corpi fossero quelli dei nemici. Un morto era sempre un morto.

 

Era tornata nella sua tenda da pochi minuti, quando apparve la lama notturna.

 

"Non era poi così resistente", ghignò. "Anzi, non ho dovuto far altro che puntare il pugnale al suo stomaco e chiederle gentilmente le informazioni che ci servivano. Ha cantato come un uccellino. Non mi sorprende: quelli bravi a parole sono sempre i primi a cedere. Ricordo che, qualche anno fa, prima ancora che tu nascessi...".

 

"Garuan, cosa ha detto?", chiese Baynarah.

 

"Il Canto, qualunque cosa sia, ha rivelato a suo fratello che l'abbiamo catturata e gli ha consigliato di non tornare all'accampamento", rispose la lama notturna, solo leggermente infastidita per aver dovuto smettere di raccontare una storia tanto affascinante. "Ha con sé mezza dozzina di mer. Vogliono assassinare l'uomo che ha condotto l'esercito Indoril in guerra: il generale Indoril Triffith".

 

"Zio Triffith", esclamò Baynarah con un sussulto. "Dove si trova, ora?".

 

"Non ne ho idea, serjo. Vuoi che chieda a lei se lo sa?".

 

"Vengo con te", disse Baynarah. Mentre camminavano verso la tenda di Acra, suonò l'allarme. La situazione divenne chiara prima ancora che giungessero sul posto: tre guardie erano morte e la prigioniera era fuggita.

 

"Che donna interessante", disse Garuan. "La sua forza di volontà è debole, ma quella del braccio è forte. Dobbiamo mandare qualcuno ad avvisare il generale Indoril Triffith?".

 

"Se riusciremo a trovarlo in tempo!", disse Baynarah.