Il Canto del Veleno

Libro IV

 

di

Bristin Xel

 

 

Acra sedeva vicino al camino della stanza di Tay, leggendo un libro alla luce del fuoco. Riguardava alcuni dettagli di teosofia in cui non credeva, cionondimeno ne era morbosamente attratta. Quando la porta si aprì e udì entrare Tay, prima di alzare lo sguardo terminò il paragrafo che stava leggendo.

 

"Tesoro, ti aspetto qui da ore. Se avessi saputo che avresti tardato tanto, avrei portato con me più libri", disse ridacchiando. Quando vide l'espressione di Tay e le condizioni dei suoi abiti, perse ogni frivolezza. "Cosa ti è successo? Stai bene?".

 

"Ho fatto visita alla mia vecchia balia, Edebah", rispose lui con uno strano tono di voce. "Non lo avevo previsto, non sapevo che si trovasse a Mournhold".

 

"Peccato non averlo saputo prima", disse lei, alzandosi lentamente dalla sedia. "Mi sarebbe piaciuto incontrarla".

 

"Ormai è troppo tardi. L'ho uccisa".

 

Acra inspirò profondamente, studiando l'espressione gelida di Tay. Prese le mani del ragazzo fra le sue. "Forse dovresti raccontarmi tutto".

 

Tay lasciò che la sua amata lo accompagnasse fino al camino e si sedette, guardando il fuoco. Abbassò lo sguardo sull'anello d'argento al suo dito. "Prima che la uccidessi, mi ha dato questo. È il sigillo della Casata Dagoth. Mi ha detto che sono io l'erede. Ha aggiunto che il canto che sento continuamente nella mia testa... quel canto che mi ha spinto a uccidere un mio coetaneo quando ero bambino e la stessa Edebah oggi... è il Canto dei miei antenati".

 

Tay rimase in silenzio. Acra si inginocchiò accanto a lui, accarezzando la mano con l'anello. "Vai avanti".

 

"Kena Gafrisi, il mio insegnante, ci disse che la Casata Dagoth era la maledizione di Morrowind. Quando fu distrutta, alla fine della guerra, la terra stessa sospirò di sollievo". Tay chiuse gli occhi. "Vedo la distruzione. Riesco a sentirla nel Canto. Edebah mi ha detto che le cinque casate rimaste adottarono gli orfani di Dagoth, allevandoli secondo le proprie tradizioni.

 

Credevo fosse pazza, o che stesse mentendo, ma la vera menzogna sono tutti gli anni in cui ho creduto di appartenere alla Casata Indoril".

 

"Che hai intenzione di fare?", mormorò Acra.

 

"Edebah mi ha detto di seguire il Canto per incontrare il mio destino", rispose Tay, ridendo amaramente. "Ma è stato proprio il Canto a spingermi a ucciderla, quindi non so se ora mi darebbe lo stesso consiglio. L'unica cosa certa è che devo lasciare Mournhold. Senza rendermene conto, ho dato fuoco alla sua dimora. Qualcuno ha chiamato le guardie. Non so dove andare".

 

"Hai molti amici disposti a proteggerti, se dimostrerai di essere colui che guidetà il ritorno della Sesta Casata", disse Acra, baciando l'anello. "Ti aiuterò a trovarli".

 

Tay la fissò. "Perché vuoi aiutarmi?".

 

"Quando sospettavi che fossi una tua cugina della Casata Indoril, non hai esistato a possedermi, anche se avresti potuto commettere un incesto", rispose Acra, guardandolo negli occhi. "Anch'io ho sentito il Canto. Non così forte come te, ma ho scelto di non ignorarlo. Mi ha insegnato più cose di quante quei ridicoli sacerdoti e sacerdotesse del Tempio avrebbero mai potuto. Sapevo che il mio nome era Dagoth Acra... e che avevo un fratello".

 

"No", disse Tay a denti stretti. "Tu menti".

 

"Il tuo nome è Dagoth Tython".

 

Tay spinse Acra contro il muro e uscì di corsa dalla stanza. Mentre attraversava il corridoio, sentì il suono dei passi di Kalkorith alle sue spalle, sulle scale. Era un elemento percussivo del Canto, che cresceva nel suo cuore e nella sua testa.

 

"Cugino", chiese l'iniziato anziano. "Hai saputo dell'incendio...".

 

Tay sfoderò il pugnale e si voltò, conficcandolo nella gola di Kalkorith fino all'impugnatura. "Non sono tuo cugino", sibilò.

 

Le strade di Mournhold erano illuminate dal bagliore rosso dell'incendio, che si propagava lungo gli stretti vicoli a causa delle forti e costanti raffiche di vento. Sembrava che Dagoth Ur in persona incombesse sulla città, alimentando le fiamme appiccate dal suo erede. Una guardia della casata, correndo verso le fiamme, si fermò alla vista di Tay che barcollava davanti alla porta della casa di Kalkorith con una lama insanguinata in mano.

 

"Cos'hai fatto, serjo?".

 

Tay fuggì verso la foresta, con il mantello che si agitava per la forza del vento. La guardia lo inseguiva con la spada sguainata. Non aveva avuto bisogno di ispezionare la casa per scoprire che era stato commesso un omicidio. Lo sapeva.

 

Tay corse nella boscaglia per ore, spinto dal Canto. Il rumore dei passi del suo inseguitore si faceva sempre più debole. Alla fine, gli alberi si diradarono e davanti a sé non vide altro che aria e acqua. Uno strapiombo di 30 metri si tuffava nel Mare Interno.

 

Il Canto gli disse di no e lo esortò a dirigersi a nord, promettendogli un posto ove riposare fra amici. Anzi, più che amici: persone che lo avrebbero adorato in quanto erede di Dagoth. Mentre camminava lentamente lungo l'orlo del precipizio, il Canto si fece minaccioso e gli intimò di non tentare di evitare il suo destino. La morte non sarebbe stata una via di fuga.

 

Tay lanciò una maledizione sulla sua casata e si gettò di testa dal precipizio.

 

Era un altro giorno glorioso sull'isola di Gorne, il primo che Baynarah riusciva davvero a godersi da settimane. Zio Triffith aveva ospiti importanti, provenienti da molto lontano, e le aveva chiesto di partecipare a ogni cena, ogni riunione e ogni cerimonia. Da bambina non vedeva l'ora di ricevere un po' d'attenzione, mentre ora era più che felice di passare del tempo senza impegni.

 

C'era solo una cosa che avrebbe voluto fare dentro casa: scrivere una lettera al cugino. Si disse che avrebbe potuto aspettare fino a sera. Dopotutto, lui non le scriveva ormai da molti giorni. Era colpa di quella ragazza, Acra. Non sembrava antipatica, ma Baynarah sapeva bene quanto un primo amore potesse essere travolgente. Perlomeno, così aveva letto.

 

Mentre attraversava pigramente il prato fiorito, era così assorta nei suoi pensieri da non sentire il richiamo di Hillima, la sua serva. Quando si voltò, trasalì alla vista della giovane che le correva incontro.

 

"Serjo", disse senza fiato. "Vieni, presto! La marea ha portato un corpo a riva! È tuo cugino, Serjo Indoril Tay!".